Storia di Puglia Di Vittorio, foto di un sovversivo
di VITO ANTONIO LEUZZI
La prima segnalazione da parte del prefetto di Foggia dell’attività «sovversiva» di Giuseppe Di Vittorio, per la partecipazione ad una manifestazione pacifista e per la distribuzione di manifesti contro la guerra di Libia, avvenne il 2 novembre del 1911 e rappresentò il suo ingresso ufficiale nel sistema di controllo e di repressione degli oppositori politici, noto come «Casellario».
L’errore nella indicazione del cognome (Direttorio al posto di Di Vittorio) veniva rettificato dopo poco tempo con l’invio al ministero dell’Interno dei suoi dati biografici con queste annotazioni: «presidente del circolo giovanile socialista di Cerignola nell’opinione pubblica riscuote fama di accentuato sovvertitore, quantunque egli si dimostri di carattere remissivo. È lavoratore assiduo e dal lavoro trae i mezzi di sostentamento».
È il primo di una immensa mole di documenti prodotti dalle «pubbliche autorità» nell’età liberale e nel periodo fascista inserite nel fascicolo «Giuseppe Di Vittorio» presso l’Archivio centrale dello Stato. L’occhio vigile della macchina repressiva statale su una delle personalità più significative della storia politico-sindacale italiana ed europea del Novecento è ora oggetto di una interessante iniziativa editoriale della Fondazione Di Vittorio, che ha edito il volume Sotto stretta sorveglianza. Di Vittorio nel Casellario politico centrale (1911-1943) a cura di Francesco Giasi, Fabrizio Loreto e Maria Luisa Righi (Ediesse, pp. 777, euro 30). I curatori del volume hanno raccolto gli 800 documenti del fascicolo corredandoli di preziose note e indicazioni bibliografiche. Questo inconsueto e singolare percorso biografico di Di Vittorio, alimentato da segnalazioni, relazioni, informative prodotte da questure, stazioni dei carabinieri, Ovra (la polizia segreta fascista), ambasciate e consolati all’estero, svelano diversi aspetti della sua febbrile attività antifascista e di formidabile organizzatore politico e sindacale nella difficile condizione di «fuoriuscito».
La vigilanza su Di Vittorio, in prima fila nella protesta popolare relativa alla Puglia «degli eccidi cronici» si intensificò progressivamente dopo il primo conflitto mondiale e dopo la sua elezione a deputato, in particolare, nelle fasi drammatiche della difesa della Camera del lavoro di Bari dall’assalto delle squadre fasciste nell’estate del 1922 (gli uomini di Caradonna furono respinti dal popolo di Bari Vecchia). Egli sostenne l’organizzazione sindacale nazionale, nonostante l’azione repressiva ed i frequenti fermi che si intensificarono tra il 1925 ed il 1926.
Fu alla testa della Cgil clandestina ed assunse la decisione di lasciare l’Italia e di riparare in Francia nel gennaio 1927 dopo l’attività repressiva del Tribunale Speciale. In breve tempo a Parigi, Bruxelles, Zurigo, Berlino, Mosca, Madrid e altre città europee la sua presenza costituì un solido punto di riferimento dei lavoratori emigrati e delle organizzazioni operaie. In una segnalazione, datata 24 settembre 1929, il ministero dell’Interno inviava all’ambasciata italiana a Berlino una nota informativa su Nicoletti Mario (pseudonimo di Di Vittorio), per una sua identificazione, autore dello scritto, Le fascisme contre le paysans, con un ritaglio della «Gazzetta del Mezzogiorno» del 19 di quel mese, dove sotto il titolo «Amenità antifasciste» si riportava un breve sunto dell’opuscolo che sarebbe stato messo in circolazione a Parigi e Vienna in edizione francese e tedesca.
Alcuni mesi prima il 2 giugno del 1929 l’ambasciata di Mosca comunicava che il Di Vittorio era occupato presso una sezione del MOPR (Organizzazione internazionale di soccorso ai combattenti della rivoluzione). Ed ancora una «fonte confidenziale» informava che l’ex deputato «comunista», l’8 marzo 1931, a Francoforte sul Meno aveva preso la parola ad un meeting di circa 10.000 operai - assieme ad esponenti politici tedeschi, polacchi, francesi - denunciando il pericolo dell’involuzione reazionaria in Germania. Non sfuggirono all’incessante attività spionistica e di controllo l’intera famiglia, i compagni di partito, a Cerignola o nelle altre località della Capitanata e della Puglia, e i numerosi emigrati ed esuli politici. Furono intercettate e trascritte lettere ai famigliari, che documentavano tra l’altro le drammatiche vicende connesse alla morte della moglie Carolina Morra (nella foto a destra Di Vittorio con la moglie ed i figli, 1920).
Nella seconda metà degli anni Trenta si moltiplicarono le informative su «Nicoletti, comunista fuoriuscito» (pseudonimo di Di Vittorio anche nel periodo della guerra di Spagna). Tra le segnalazioni del periodo del secondo conflitto mondiale si evidenziano quelle che riguardavano la figlia Baldina e la seconda moglie Anita Contini, deportate dal regime fascista francese di Vichy nei campi di concentramento allestiti nella zona dei Pirenei, alla frontiera con la Spagna. Nonostante il linguaggio scarno e burocratico, queste segnalazioni svelano la struttura della immensa macchina di controllo del regime e al contempo costituiscono una fonte conoscitiva rilevante per la storia dell’esilio politico di Di Vittorio e di molti altri emigrati politici, tra cui numerosi erano i pugliesi. In una delle ultime «riservate», datata 21 ottobre 1942 (Di Vittorio era stato arrestato l’anno prima dai nazisti in Francia, consegnato ai fascisti italiani e confinato a Ventotene), si affermava: «Non ha finora dato alcuna prova di ravvedimento. È ritenuto individuo pericolosissimo».
La sua liberazione avvenne un mese dopo la caduta del fascismo, il 26 agosto 1943.
La prima segnalazione da parte del prefetto di Foggia dell’attività «sovversiva» di Giuseppe Di Vittorio, per la partecipazione ad una manifestazione pacifista e per la distribuzione di manifesti contro la guerra di Libia, avvenne il 2 novembre del 1911 e rappresentò il suo ingresso ufficiale nel sistema di controllo e di repressione degli oppositori politici, noto come «Casellario».
È il primo di una immensa mole di documenti prodotti dalle «pubbliche autorità» nell’età liberale e nel periodo fascista inserite nel fascicolo «Giuseppe Di Vittorio» presso l’Archivio centrale dello Stato. L’occhio vigile della macchina repressiva statale su una delle personalità più significative della storia politico-sindacale italiana ed europea del Novecento è ora oggetto di una interessante iniziativa editoriale della Fondazione Di Vittorio, che ha edito il volume Sotto stretta sorveglianza. Di Vittorio nel Casellario politico centrale (1911-1943) a cura di Francesco Giasi, Fabrizio Loreto e Maria Luisa Righi (Ediesse, pp. 777, euro 30). I curatori del volume hanno raccolto gli 800 documenti del fascicolo corredandoli di preziose note e indicazioni bibliografiche. Questo inconsueto e singolare percorso biografico di Di Vittorio, alimentato da segnalazioni, relazioni, informative prodotte da questure, stazioni dei carabinieri, Ovra (la polizia segreta fascista), ambasciate e consolati all’estero, svelano diversi aspetti della sua febbrile attività antifascista e di formidabile organizzatore politico e sindacale nella difficile condizione di «fuoriuscito».
Fu alla testa della Cgil clandestina ed assunse la decisione di lasciare l’Italia e di riparare in Francia nel gennaio 1927 dopo l’attività repressiva del Tribunale Speciale. In breve tempo a Parigi, Bruxelles, Zurigo, Berlino, Mosca, Madrid e altre città europee la sua presenza costituì un solido punto di riferimento dei lavoratori emigrati e delle organizzazioni operaie. In una segnalazione, datata 24 settembre 1929, il ministero dell’Interno inviava all’ambasciata italiana a Berlino una nota informativa su Nicoletti Mario (pseudonimo di Di Vittorio), per una sua identificazione, autore dello scritto, Le fascisme contre le paysans, con un ritaglio della «Gazzetta del Mezzogiorno» del 19 di quel mese, dove sotto il titolo «Amenità antifasciste» si riportava un breve sunto dell’opuscolo che sarebbe stato messo in circolazione a Parigi e Vienna in edizione francese e tedesca.
Alcuni mesi prima il 2 giugno del 1929 l’ambasciata di Mosca comunicava che il Di Vittorio era occupato presso una sezione del MOPR (Organizzazione internazionale di soccorso ai combattenti della rivoluzione). Ed ancora una «fonte confidenziale» informava che l’ex deputato «comunista», l’8 marzo 1931, a Francoforte sul Meno aveva preso la parola ad un meeting di circa 10.000 operai - assieme ad esponenti politici tedeschi, polacchi, francesi - denunciando il pericolo dell’involuzione reazionaria in Germania. Non sfuggirono all’incessante attività spionistica e di controllo l’intera famiglia, i compagni di partito, a Cerignola o nelle altre località della Capitanata e della Puglia, e i numerosi emigrati ed esuli politici. Furono intercettate e trascritte lettere ai famigliari, che documentavano tra l’altro le drammatiche vicende connesse alla morte della moglie Carolina Morra (nella foto a destra Di Vittorio con la moglie ed i figli, 1920).
Nella seconda metà degli anni Trenta si moltiplicarono le informative su «Nicoletti, comunista fuoriuscito» (pseudonimo di Di Vittorio anche nel periodo della guerra di Spagna). Tra le segnalazioni del periodo del secondo conflitto mondiale si evidenziano quelle che riguardavano la figlia Baldina e la seconda moglie Anita Contini, deportate dal regime fascista francese di Vichy nei campi di concentramento allestiti nella zona dei Pirenei, alla frontiera con la Spagna. Nonostante il linguaggio scarno e burocratico, queste segnalazioni svelano la struttura della immensa macchina di controllo del regime e al contempo costituiscono una fonte conoscitiva rilevante per la storia dell’esilio politico di Di Vittorio e di molti altri emigrati politici, tra cui numerosi erano i pugliesi. In una delle ultime «riservate», datata 21 ottobre 1942 (Di Vittorio era stato arrestato l’anno prima dai nazisti in Francia, consegnato ai fascisti italiani e confinato a Ventotene), si affermava: «Non ha finora dato alcuna prova di ravvedimento. È ritenuto individuo pericolosissimo».
La sua liberazione avvenne un mese dopo la caduta del fascismo, il 26 agosto 1943.