È morto Antonio Giannone farmacista barlettano scampato a Cefalonia

di GIUSEPPE DIMICCOLI 

BARLETTA - «Allora studente in farmacia, dovevo essere tra i 360 caduti nella fucilazione della "casetta rossa", mi rifugiai nella villa di un greco nelle vicinanze. Questi mi spogliò della divisa e mi fece indossare degli abiti borghesi. Rimasi lì per poco, poi potetti raggiungere la "Divisione Garibaldi" tra Montenegro e Jugoslavia. Ero diventato un partigiano greco». È commovente leggere alcune carte del farmacista Antonio Giannone scomparso sabato scorso a Barletta all’età di 89 anni. Con la morte di don Antonio, farmacista scrupoloso e sempre disponibile, scompare uno degli ultimi reduci della "divisione Acqui" sopravvissuto alla strage di Cefalonia. 

Personaggio noto in città, signore di altri tempi, ereditò la farmacia da suo papà Angelo oltre cento anni fa. Tradizione, oggi, portata avanti da suo figlio Mario e suo nipote Antonio in via Baccarini nei locali originari. E proprio quest’ultimo ricorda che: «mio nonno mi raccontava che il comandante Gandin lasciò decidere ai soldati stessi, con un referendum interno, tra tre possibilità: allearsi con i tedeschi, cedere le armi o resistere. Ma "l'amor di patria, l'amore per il tricolore contraddistinse la Divisione Acqui furono tutti dei veri eroi, combatterono fino in fondo per la Patria e la Nazione». 

Giannone, sopravvissuto alla guerra, al ritorno in patria si laureò in farmacia e partecipò attivamente alla vita della associazioni partigiane. Iscritto all’Anpi - Associazione nazionale partigiani d’Italia - fu insignito della croce al merito e sempre con grande rispetto e convinzione commemorò la giornata del «25 Aprile» icona di liberazione dell'Italia dal nazi-fascismo. Inoltre Antonio tra le carte di suo nonno ha rinvenuto, uno scritto che recitava: «Cefalonia la ricordo come una cosa che non doveva accadere, troppi morti per degli uomini che si erano tramutati in belve. Si pensava che a tanto non si sarebbe mai arrivati e invece ecco Cefalonia, ed ecco Auschiwitz». 
In grassetto l’appello ai giovani: «Sono cose che non si dimenticano, e voi ragazzi dovete ricordare per sempre». E, poi, la stella polare che ha seguito: «Ho combattuto la buona battaglia, ultimato il viaggio, conservato la fede». 

L’8 settembre 1943 la Divisione Acqui che, forte di 525 ufficiali e 11.500 soldati, presidiava le isole di Cefalonia e agli ordini del generale Antonio Gandin, si trovò di fronte alla consueta alternativa: o arrendersi e cedere le armi ai tedeschi o affrontare la resistenza armata, sapendo di non poter contare su alcun aiuto esterno. Bilancio: 5.000 i soldati massacrati, 446 gli ufficiali, 3.000 superstiti, caricati su tre piroscafi con destinazione i lager tedeschi, scomparirono in mare affondati dalle mine. In tutto 9.640 caduti, la Divisione Acqui annientata. Ma viva nel ricordo della storia della Repubblica italiana.
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