Rifiuti, la Puglia «solo» crocevia di traffici pericolosi
di Mimmo Mazza
TARANTO - «La Puglia è la seconda regione in Italia per reati relativi ai rifiuti e all’ambiente ma non è la criminalità organizzata a determinare la poco invidiabile posizione nella speciale classifica redatta da Legambiente».
Parola dell’on. Gaetano Pecorella (Pdl), presidente della commissione bicamerale di inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti, che ieri mattina ha incontrato la stampa, assieme al vicepresidente Vincenzo De Luca (Pd) e al segretario Pietro Franzoso (Pdl), al termine delle tre giorni di missione nel Salento.
Pecorella, prima di illustrare il bilancio delle audizioni, ha espresso il suo rammarico per l’atteggiamento assunto dal presidente della Regione Nichi Vendola, dall’assessore regionale all’ambiente Lorenzo Nicastro, dal sindaco di Brindisi Domenico Mennitti e dal presidente della Provincia di Brindisi Massimo Ferrarese che ieri mattina hanno disertato l’appuntamento fissato in prefettura a Taranto.
«Mi dolgo dell’assenza di Vendola - ha detto Pecorella - che abbiamo convocato a luglio, dunque per tempo, e che non ha avvertito la sensibilità di inviarci almeno una lettera di scuse, giustificando in qualche maniera il suo impedimento. La mancanza di collaborazione degli enti locali, come nel caso di Brindisi, ci amareggia, anche alla luce dei dati diffusi sui reati ambientali dalla sempre molto informata Legambiente, dati che dovrebbero allarmare gli amministratori pugliesi. Avremmo voluto sapere da Vendola come funziona il ciclo dei rifiuti, se ci sono emergenze alle porte, se ha notizie di inflitrazioni criminali: domande alle quali ora ha voluto sottrarsi e che saranno comunque oggetto di una prossima audizione a Roma».
Nei tre giorni di missione nel Salento, i commissari, che hanno poteri equiparati a quelli della magistratura, hanno visitato lo stabilimento ex Enichem di Brindisi, l’Ilva di Taranto e il termovalorizzatore di Massafra e ascoltato il procuratore aggiunto di Lecce, il procuratore capo di Taranto, i comandanti regionali di Carabinieri, Guardia di Finanza e Corpo Forestale, i responsabili delle aziende e delle discariche, il sindaco e il presidente della provincia di Taranto.
«Abbiamo ascoltato con attenzione - ha detto Pecorella - i rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura, secondo i quali non ci sono, allo stato, infiltrazioni criminali per la raccolta, il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti mentre una situazione molto particolare ci è stata invece segnalata nel porto di Taranto, dove sono stati sequestrati numerosi container carichi di rifiuti speciali diretti in Estremo Oriente. Si tratta di merce del valore di alcuni milioni di euro, al centro di un traffico che vedrebbe coinvolte, stando a quanto ci è stato riferito dalla magistratura tarantina, una cinquantina di persone, e che rischia poi di rientrare in Italia sotto forma di giocattoli o altri utensili in plastica, potenzialmente dannosi alla salute. Questa vicenda sarà al centro di una nostra prossima missione in Cina, allo scopo di fare ulteriore chiarezza anche se allo stato si dovrebbe trattare di una forma di criminalità non mafiosa».
La commissione sulle Ecomafie ha chiesto e ottenuto dall’Ilva risposte certe e documentate sulla destinazione delle polveri rinvenienti dagli elettrofiltri sistemati per captare la diossina. «Queste polveri - ha spiegato Pecorella ai giornalisti - dal 2008 vengono destinate ad aziende del Nord specializzate nel loro smaltimento. Per gli anni precedenti, invece, abbiamo visto dove sono stoccate, si tratta di un luogo, attiguo allo stabilimento dell’Ilva, sotterraneo, coperto da vegetazione. Non abbiamo potuto vedere se ci sono delle perdite anche se una qualche presenza di inquinanti nelle falde, nel terreno, è stata riscontrata. Se vi sono polveri disperse dell’aria, negli anni precedenti, non siamo in grado di dirlo. Certo che è vergognoso che per tanti anni nessuno si sia preoccupato, al di là di quella che è la normativa più o meno lassista, che un prodotto come la diossina, dopo che c’era stato l’incidente di Cernobyl, potesse andare sui terreni, potesse essere dispersa in maniera incontrollata nell’aria».
TARANTO - «La Puglia è la seconda regione in Italia per reati relativi ai rifiuti e all’ambiente ma non è la criminalità organizzata a determinare la poco invidiabile posizione nella speciale classifica redatta da Legambiente».
Parola dell’on. Gaetano Pecorella (Pdl), presidente della commissione bicamerale di inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti, che ieri mattina ha incontrato la stampa, assieme al vicepresidente Vincenzo De Luca (Pd) e al segretario Pietro Franzoso (Pdl), al termine delle tre giorni di missione nel Salento.
Pecorella, prima di illustrare il bilancio delle audizioni, ha espresso il suo rammarico per l’atteggiamento assunto dal presidente della Regione Nichi Vendola, dall’assessore regionale all’ambiente Lorenzo Nicastro, dal sindaco di Brindisi Domenico Mennitti e dal presidente della Provincia di Brindisi Massimo Ferrarese che ieri mattina hanno disertato l’appuntamento fissato in prefettura a Taranto.
«Mi dolgo dell’assenza di Vendola - ha detto Pecorella - che abbiamo convocato a luglio, dunque per tempo, e che non ha avvertito la sensibilità di inviarci almeno una lettera di scuse, giustificando in qualche maniera il suo impedimento. La mancanza di collaborazione degli enti locali, come nel caso di Brindisi, ci amareggia, anche alla luce dei dati diffusi sui reati ambientali dalla sempre molto informata Legambiente, dati che dovrebbero allarmare gli amministratori pugliesi. Avremmo voluto sapere da Vendola come funziona il ciclo dei rifiuti, se ci sono emergenze alle porte, se ha notizie di inflitrazioni criminali: domande alle quali ora ha voluto sottrarsi e che saranno comunque oggetto di una prossima audizione a Roma».
Nei tre giorni di missione nel Salento, i commissari, che hanno poteri equiparati a quelli della magistratura, hanno visitato lo stabilimento ex Enichem di Brindisi, l’Ilva di Taranto e il termovalorizzatore di Massafra e ascoltato il procuratore aggiunto di Lecce, il procuratore capo di Taranto, i comandanti regionali di Carabinieri, Guardia di Finanza e Corpo Forestale, i responsabili delle aziende e delle discariche, il sindaco e il presidente della provincia di Taranto.
«Abbiamo ascoltato con attenzione - ha detto Pecorella - i rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura, secondo i quali non ci sono, allo stato, infiltrazioni criminali per la raccolta, il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti mentre una situazione molto particolare ci è stata invece segnalata nel porto di Taranto, dove sono stati sequestrati numerosi container carichi di rifiuti speciali diretti in Estremo Oriente. Si tratta di merce del valore di alcuni milioni di euro, al centro di un traffico che vedrebbe coinvolte, stando a quanto ci è stato riferito dalla magistratura tarantina, una cinquantina di persone, e che rischia poi di rientrare in Italia sotto forma di giocattoli o altri utensili in plastica, potenzialmente dannosi alla salute. Questa vicenda sarà al centro di una nostra prossima missione in Cina, allo scopo di fare ulteriore chiarezza anche se allo stato si dovrebbe trattare di una forma di criminalità non mafiosa».
La commissione sulle Ecomafie ha chiesto e ottenuto dall’Ilva risposte certe e documentate sulla destinazione delle polveri rinvenienti dagli elettrofiltri sistemati per captare la diossina. «Queste polveri - ha spiegato Pecorella ai giornalisti - dal 2008 vengono destinate ad aziende del Nord specializzate nel loro smaltimento. Per gli anni precedenti, invece, abbiamo visto dove sono stoccate, si tratta di un luogo, attiguo allo stabilimento dell’Ilva, sotterraneo, coperto da vegetazione. Non abbiamo potuto vedere se ci sono delle perdite anche se una qualche presenza di inquinanti nelle falde, nel terreno, è stata riscontrata. Se vi sono polveri disperse dell’aria, negli anni precedenti, non siamo in grado di dirlo. Certo che è vergognoso che per tanti anni nessuno si sia preoccupato, al di là di quella che è la normativa più o meno lassista, che un prodotto come la diossina, dopo che c’era stato l’incidente di Cernobyl, potesse andare sui terreni, potesse essere dispersa in maniera incontrollata nell’aria».