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Mafia garganica, arresti della Dda di Bari

Sono state le rivelazioni di una ventenne a permettere ai carabinieri e alla Dda di far luce sull'omicidio di Salvatore Fiorentino (ucciso nel 2001)
BARI - Sono state le rivelazioni di una ventenne stanca di sentir parlare in casa propria di traffici di droga e di omicidi a permettere ai carabinieri e alla Dda di Bari di far luce sull' omicidio del proprio amante, il parcheggiatore Salvatore Fiorentino, di 38 anni, ucciso da un commando mafioso a San Marco in Lamis il 16 ottobre del 2001. Fiorentino - secondo la ricostruzione accusatoria - fu ucciso perchè aveva deciso di trafficare da solo sostanze stupefacenti, senza dividere gli utili con gli agguerriti clan della mafia garganica.
Tra dicembre e gennaio scorsi la donna ha raccontato agli investigatori tutto quello che sapeva dell' omicidio del proprio amante e del delitto di Giovanni Impagnatiello, altra vittima della mafia del Gargano. Al pm della Dda di Bari Domenico Seccia non solo ha rivelato di sapere dell' esistenza del progetto di uccisione di Impagnatiello, ma ha anche rivelato i nomi di due dei quattro componenti il commando che assassinò barbaramente Fiorentino sparandogli anche al volto proiettili con un fucile a canne mozze caricato a pallettoni e con una pistola calibro 45.
Oggi, tre anni dopo il delitto, e dopo che la donna è stata trasferita in una località protetta, la magistratura barese ha fatto arrestare i due presunti sicari: Giovanni Prencipe e Ivan La Fratta, trentatreenni di San Giovanni Rotondo (Foggia). Ai due l' ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis è stata notificata in carcere dove i due presunti killer sono rinchiusi dal 23 giugno scorso con l' accusa di aver assassinato, nel 2001, Impagnatiello. Quel giorno, Assieme a Prencipe e La Fratta, furono arrestate altre 120 persone nell' ambito della maxi-operazione del Ros che smantellò la mafia garganica che per anni ha controllato i traffici di armi e droga e avrebbe messo le mani su alcune attività economiche del Gargano.
Dalle indagini emerge che Fiorentino fu ucciso perchè aveva deciso di vendere in proprio sostanze stupefacenti. In questo modo - secondo l' accusa - attirò su di sè le ire e le rappresaglie del clan Prencipe-La Fratta, che controllava i traffici illeciti a San marco in Lamis (Foggia). Il giorno dell' agguato Fiorentino si trovava nel parcheggio che gestiva a bordo di un' Audi 80 sulla quale, oltre a lui c' erano un suo amico e una donna polacca.
I tre furono raggiunti dai sicari che viaggiavano a bordo di un' autovettura di grossa cilindrata. Ne nacque un inseguimento durante il quale i killer si avvicinarono a Fiorentino, che guidava l' Audi, e gli spararono prima con un fucile e poi con una pistola. Gli occupanti dell' Audi, dopo i primi colpi, riuscirono a fuggire compiendo una manovra in retromarcia e imboccarono la strada per San Marco in Lamis, ma furono inseguiti dalla vettura dalla quale il commando continuava a sparare. Dopo alcuni chilometri, in località Borgo Celano, l' Audi con a bordo i tre uscì di strada e finì contro un muretto.
Dopo aver raccolto le dichiarazioni della ventenne il pm Seccia ha sottoposto i due presunti killer a intercettazioni ambientali e telefoniche. Durante un colloquio - a quanto si è appreso - La Fratta confessa ad un amico di aver partecipato all' omicidio di Fiorentino; parlando poi con una prostituta mostra la pistola calibro 45 e dice: «Hai visto che bell' arma». Secondo le indagini si tratta della pistola utilizzata per assassinare Fiorentino.

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