L'inchiesta ( prima puntata)
Viaggio all’interno del «Campo sosta Panareo» sulla SS 7ter Lecce-Taranto: un pezzo di Puglia «dimenticato»
Una generazione è nata e cresciuta lì. Oggi gli investigatori cercano tracce del commando della rapina al portavalori
«No riprende auto, no riprende auto!». Inizia da questa richiesta, a un operatore di ripresa, il viaggio, indietro e avanti nel tempo, all’interno del Campo sosta Panareo sulla SS 7ter Lecce-Taranto. Una frase che sintetizza un sistema, consolidato, di luci e ombre.
Per gradi. L’assalto al portavalori dello scorso 9 febbraio sulla Lecce-Brindisi ha riacceso i riflettori su quel luogo, noto alle cronache per furti, ricettazione e spaccio di droga, come per dimenticanze e sensibilità intermittenti. Da qui inizia il nostro viaggio a puntate.
La recente vicenda di cronaca pone interrogativi e mette di fronte a un coacervo di responsabilità diffuse e trasversali, stratificatesi nel tempo, che fanno il paio con l’attività degli investigatori proprio all’interno e intorno a quell’area. E il riferimento non è solo all’arresto, poco distante, di due componenti la “banda dei portavalori”, ma ad una serie di silenzi conniventi, scambi, reclutamento di manovalanza e protezioni, che rendono quella come altre aree marginalizzate, terreno fertile per il crimine di fascia alta.
Panareo fu istituito ufficialmente nel 1998 dal Comune di Lecce come area di sosta temporanea per famiglie della comunità Rom, in particolare originarie dell’ex-Jugoslavia (Bosnia, Montenegro, Kosovo), arrivate in Italia dopo i conflitti balcanici. La scritta spray “Podgorica” che campeggiava su un muro di cinta, era carta d’identità, testamento e promessa, per gran parte degli abitanti di quel luogo.
Che nacque come soluzione provvisoria, e col passare degli anni ha subito metamorfosi continue senza mai cambiare davvero. Politiche di integrazione varie e non sempre sufficienti, scarse infrastrutture e posizione geografica più che periferica – peraltro a ridosso di una statale -, ma soprattutto il venir meno della condizione principale, la provvisorietà, hanno trasformato l’insediamento in un ghetto.
Nel corso degli anni, il campo ha subito un progressivo processo di riqualificazione, con l’ausilio di fondi pubblici, passando da un agglomerato di baracche e roulotte fatiscenti a un complesso di prefabbricati acquistati dalle amministrazioni comunale e provinciale dal 2007, abitazioni dignitose (tra casette tipo campine, strutture in muratura e container dotati di servizi essenziali), a voler vedere il chiaro. Un accrocchio di container, non sempre tirati a lucido, a vedere lo scuro. E poi quel parco auto, notevole, stridente con la realtà tutta intorno.
Di contro, altre cronache raccontano in parallelo di abusi edilizi, scoperti dalle forze dell’ordine, illegalità e irregolarità diffuse che si scontrano con l’inclusione.
Il numero di abitanti muta di continuo, è cresciuto, molti bambini sono nati in Italia e qui sono diventati adulti.
Dati ufficiali aggiornato al 2024: «vi sono due aree, la prima è composta da 21 abitazioni, la seconda presenta roulotte e strutture adibite a servizi. 10 prefabbricati acquistati e messi in opera, dove vivono 44 rom; 16 alloggi in muratura edificati con risorse economiche provenienti da fondi ministeriali dove vivono 101 rom; 5 moduli abitativi prefabbricati. Dette abitazioni sono state consegnate in regime di comodato di uso gratuito e vi alloggiano in totale 50 rom», recita il «VI rapporto dell’Italia sull’attuazione della convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali».
Sul fronte minori, «82 sono presenti nel cennato campo sosta, la maggior parte di questi è affidata dal Tribunale per i Minorenni ai Servizi Sociali del Comune di Lecce, per il monitoraggio e il controllo delle funzioni genitoriali e delle loro condizioni di vita».
C’è uno scuolabus dedicato che si occupa di portare a scuola, per lo più in zona Santa Rosa, i piccoli che frequentano materne, elementari e medie e li riaccompagna al campo. «Ad oggi, la scolarizzazione dei minori rom è pari al 100% in quanto tutti i ragazzi sono regolarmente iscritti a scuola con frequenza quasi totale, anche se non sempre regolare». Quest’ultimo passaggio fa il paio con i numeri, nello stesso periodo preso in esame, che vanno oltre i documenti e raccontano di un massimo di 10 presenze giornaliere su quello scuolabus, nonostante gli sforzi e l’impegno verso l’inclusione. Qual è l’equilibrio tra libertà di scelta e obblighi genitoriali e scolastici?
E che dire di un mezzo che potrebbe accompagnare a scuola anche altri bambini, oltre a quelli del campo, per una inclusione più ampia e alla radice? Ipotesi non peregrina e valutata da chi di competenza, che si è scontrata più volte – e questo no, sulle carte non c’è -, con i mal di pancia di genitori indigeni, che non gradivano. Complici paure, retaggi sub culturali, scontri atavici fra teoria e pratica dell’integrazione, cattiva informazione e disinformazione.
Concludendo sui dati ufficiali, degli adulti nel campo, alcuni hanno ottenuto il permesso di soggiorno di lungo periodo, mentre i nati in Italia possono acquisire la cittadinanza italiana. Molti sono commercianti con partita Iva (fiori, auto etc). Dati certificati e realtà sommerse, questo resta il nodo.