Il dibattito

I ricci di mare scarseggiano in Puglia: sono più preziosi dell’oro. Il fermo biologico e le importazioni fanno volare i prezzi

Valentino Sgaramella

Ritenuto ormai a pieno titolo prodotto di nicchia con un’Iva al 22% la prelibatezza dei fondali di Bari e Taranto conquista i turisti e il mondo, ma la scarsità impone prezzi alle stelle e regole per il ripopolamento.

Bisogna parafrasare l’antico motto per cui non bisogna far sapere agli estranei in genere quanto è buono il formaggio con le pere e riadattarlo al commercio dei prodotti ittici. I ricci di mare sono un piatto prelibato per i pugliesi, da sempre. La domanda è altissima. Fondali marini e scogliere sono stati «saccheggiati» dai pescatori che hanno un mercato sempre fiorente in Puglia. E il mercato adesso si è anche allargato ai turisti e la bolla è esplosa: a difesa dei ricci di mare si è reso necessario introdurre il fermo biologico in alcuni periodi dell’anno. La pesca dei ricci è vietata in alcuni mesi per consentire il ripopolamento.

All’estero hanno capito che c’era una voragine di richiesta da coprire ed è cominciata la concorrenza spietata tanto che ora si importano ricci da ogni dove, Croazia, Grecia, perfino dall’estremo Oriente.

In Puglia all’ingrosso costano un euro anche 50 centesimi, qualcuno dice anche a 20 centesimi per poi rivenderli a 5 euro l’uno nelle pescherie. Un vassoio con 10 ricci costa 50 euro e anche più.

E visto che l’Iva su quello che è definito un prodotto di lusso è alta, per i pescatori è conveniente acquistare all’estero.

Martino Patruno, che a Mola di Bari conoscono come Mario, spiega il suo punto di vista mentre si sta preparando alla pesca notturna dalla mezzanotte alle 2,30. «Ormai i ricci arrivano in Puglia da ogni parte del mondo, non solo Croazia, anche la Grecia e persino dalla Cina. Quando paghi 50 centesimi a riccio e rivendi a 5 euro l’uno e la speculazione è servita».

Mario racconta che «fino a ieri nessuno conosceva i ricci, adesso sono diventati internazionali». Tradotto: la domanda sul mercato è altissima, l’offerta è bassa a causa del fermo biologico e dunque il concorrente estero si inserisce pur con un prodotto di qualità inferiore a quello pugliese. «Il consumatore pagava fino a poco tempo fa un vassoio con 15 ricci almeno 20 euro ma oggi siamo a 50 euro; all’estero costano poco perché ne hanno tantissimi a disposizione e non hanno la nostra stessa richiesta per cui invadono i nostri mercati». E aggiunge sorridendo: «Noi pugliesi abbiamo insegnato a tutti cosa sono i ricci di mare. I nostri sono molto più saporiti degli altri».

A Patruno fa eco Domenico Dell’Edera di Casamassima. «Il riccio di mare che pagano cinque o sei euro proviene dalla Bretagna, in Francia, soprattutto. Il riccio bretone ha un costo maggiore perché è pieno ed è bello anche da vedere e da mangiare ovviamente. Bisogna anche considerare i costi di trasporto in Italia».

La spiegazione è logica. «La Puglia ha ancora il fermo biologico, quindi noi ricci non ne possiamo pescare, infatti qualcuno prende anche i ricci della Grecia e Croazia che non sono male, ad un euro l’uno, al massimo 1,50 euro. Io non tratto il riccio bretone perché costa troppo e se lo metto sul banco le persone mi potrebbero accusare di essere ammattito. In genere acquisto da Croazia e Grecia».

Un dettaglio non da poco: «Non a caso paghiamo il 22% di Iva in Italia perché i ricci di mare sono considerati un bene di lusso al pari delle ostriche, gli astici».

Il fermo biologico è una misura necessaria. «C’è tanta richiesta, tanta pesca quindi non c’è il tempo per far sì che il riccio si riproduca. Per questo hanno stabilito il blocco, per far sì che il riccio si ripopoli nei mari di Bari e Taranto».

Gianni a Triggiano è il più indignato. «Guardi questi ricci, sono di qualità scadente, non li vuole nessuno, li sto vendendo a un euro a pezzo, ci sto rimettendo». E mostra il suo vassoio sul bancone. La rabbia genera parole in libertà. «Dovrebbero imporre il fermo biologico non solo in Italia ma in tutto il mondo. I ricci si stanno estinguendo. Si è troppo pescato e si continua a devastare».

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