lo scenario
Le sfide del 2026, dal PNRR all'agricoltura: sarà un anno di battaglie in Puglia
L’Autonomia sullo sfondo. Da scongiurare l’euro-taglio della Pac. Ilva: il ministro Urso punta a chiudere entro 4 mesi la trattativa con Flacks. Centrale Enel di Cerano: ipotesi «riserva fredda» e lavoro da tutelare
Corrono le lancette. Quelle che segnano il passaggio da un anno all’altro, certo, ma anche quelle che fanno partire un diverso conto alla rovescia. Il 2026, infatti, segna l’ultimo atto del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). E un ragionamento sulle sfide economiche che Puglia e Basilicata, ma in realtà il Mezzogiorno tutto, dovranno affrontare nel corso dei prossimi 12 mesi, non può che partire da qui.
PNRR Il tempo è scaduto, dunque. Teoricamente il 31 dicembre 2026 segna il termine ultimo per completamento, pagamento e rendicontazione delle opere finanziate con il Pnrr. Poi si tratterà di stilare bilanci, non solo tecnici, ma anche e soprattutto politici, prima di entrare, nei prossimi anni, nella fase più spiacevole della faccenda, cioè la restituzione di parte dei finanziamenti. Molte sono le opere sul tavolo, grandi e piccole: sanità (con il caso pugliese delle Case di comunità), digitalizzazione, transizione verde, infrastrutture, potenziamento dei poli museali, edilizia scolastica, modernizzazione urbana (a cominciare dalla riqualificazione del quartiere barese di San Pio). Non sempre, però, i tempi coincidono con le scadenza da cui la richiesta di proroghe al 2027, alcune delle quali già ottenute. Più semplice il cammino di quei cantieri parzialmente finanziati dal Piano, soprattutto nei primi lotti. Vale, in riferimento agli investimenti ferroviari, per il raddoppio della Termoli-Lesina ma anche e soprattutto per l’alta velocità Napoli-Bari, l’opera strategica più attesa. Come comunicato da Trenitalia nel 2026 dovrebbero arrivare i primi risultati tangibili (per il completamento dell’opera tutta bisognerà attendere) proprio per la parte legata al Pnrr.
IL TAGLIO DELLA PAC Dai risultati da mettere in cascina a una battaglia che si annuncia di fuoco. Per l’arco temporale 2027-2034, infatti, la Commissione europea ha proposto un taglio della Politica agricola comune (Pac) di ben 90 miliardi. Per l’Italia vorrebbe dire 9 miliardi in meno (quasi un quarto rispetto all’ultima «iniezione») con danni a cascata su oltre 200mila aziende e alcuni settori, come l’olivicoltura, che rischiano seri problemi di mantenimento dei propri regimi produttivi. Inutile sottolineare l’impatto che tutto questo avrebbe sull’economia meridionale. Agricoltori e associazioni di categoria sono già sul piede di guerra, temendo, a ragione, l’accordo parallelo tra l’Ue e Mercosur. Impedire la sforbiciata sarà la madre di tutte le battaglie dell’anno appena iniziato.
AUTOMOTIVE Il settore auto «balla» insieme alle disposizioni europee che timidamente (e molto parzialmente) rivedono il proprio fanatismo green. Ma la strada è tracciata. Per lo stabilimento Stellantis di Melfi, però, il 2026 dovrebbe essere l’anno della verità. Le premesse sono da leoni. Tre modelli - la Lancia Gamma, la Jeep Compass e la DS N.8 - per una produzione di oltre 200mila unità ogni anno a partire proprio da quello appena iniziato: una scommessa da vincere.
CERANO Molto meno ruggente e più complessa appare la situazione della centrale Enel di Cerano (Brindisi) al centro di uno snodo decisivo. Da un lato le opposizioni che chiedono la chiusura degli impianti a carbone e garanzie occupazionali per i lavoratori diretti e dell’indotto. Dall’altro il governo che pare orientato al mantenimento degli impianti in regime di «riserva fredda» cioè in fermo operativo, ma con possibilità di riattivazione, sia per salvaguardare la sicurezza energetica nazionale, sia per darsi modo di elaborare, dai vari punti di vista, la transizione post-carbone.
EX ILVA La trattativa tra il governo e il Gruppo Flacks, che ha saturato le cronache degli ultimi giorni, potrebbe essere lo snodo decisivo di una vicenda infinita. Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, è determinato a chiudere l’operazione entro il primo quadrimestre del 2026. Mantenimento dell’occupazione e il ruolo dello Stato (proposto il 40%) i due punti principali da definire. I sindacati chiedono «impegni chiari e vincolanti» in riferimento agli investimenti ma soprattutto alle garanzie per le tutele occupazionali. La strada è lunga ma una strada c’è.
SUD CHIAMA ITALIA Naturalmente, il cappello largo dell’economia racchiude molti altri temi: dal turismo alla difesa del manifatturiero, dal potenziamento delle aree portuali al futuro della Zes, uscita potenziata, ma pure allargata (non necessariamente un bene), dall’ultima Manovra. Proprio la Finanziaria, però, sottrae al Sud 500 milioni di risorse del blocco Fsc, dirottate altrove (300 nel solo 2026), oltre che tagliare un po’ di spese ministeriali, anche strategiche . Il governo promette che si tratta solo di una partita di giro e i denari torneranno. Occorrerà vigilare. Così come i fari dovranno essere puntati sui Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), cioè gli standard minimi di servizi e prestazioni da garantire uniformemente su tutto il territorio nazionale. Sono ricomparsi in Manovra con le opposizioni che denunciano un aggiramento delle disposizioni della Consulta in materia di Autonomia differenziata. Il decreto Milleproroghe ha comunque allungato i termini per completare l’istruttoria al 31 dicembre 2026. Una data che ricorre come termine ultimo. Da qualsiasi lato la si guardi, sarà l’anno dell’economia.