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Truffa e usura: 4 arresti ad Acquaviva delle Fonti

Ai domiciliari tre pregiudicati, Donato Vaporizzi, 49 anni di Acquaviva, Giacomo Ariano, 51 anni di Cassano Murge, e Vito Donato Grandieri, 44 anni, e l'incensurato M.Z., di 33 anni
BARI - C'è anche l'ex presidente del Matera calcio tra le persone sospettate di aver rivestito il ruolo di vittima prima e poi di complice degli usurai che, in provincia di Bari (ad Acquaviva delle Fonti), avrebbero organizzato una vera e propria associazione per delinquere finalizzata alle truffe ed all'usura. L'Associazione sportiva Matera calcio nel 1999 vi si sarebbe trovata coinvolta involontariamente, secondo gli uomini della sezione di PG della Polizia di Stato (diretta dal vice questore Pietro Battipede), ed avrebbe pagato numerosi stipendi ai propri calciatori con assegni emessi a vuoto dalla Gepal srl, una società inesistente e nata come «involucro» per mettere a segno truffe che nel solo 2001 ammonterebbero a circa 500mila euro.
La singolarità dell'organizzazione secondo l'inchiesta, che ha portato questa mattina all'arresto dei quattro promotori, starebbe nella copertura degli indagati, 46 (inclusi gli arrestati) che in alcuni casi si sarebbero finti vittime dell'usura e quindi parti lese in diversi procedimenti penali.
A finire agli arresti domiciliari, oggi, le presunte menti della macchinazione: Donato Vaporizzi, 49 anni di Acquaviva, pluripregiudicato e ritenuto dagli inquirenti il capo dell'organizzazione, Giacomo Ariano, 51 anni di Cassano Murge, pregiudicato, Vito Donato Grandieri, 44 anni, pregiudicato e M.Z. 33 anni, incensurato. Tra loro solo Ariano, con la complicità della moglie, prestanome della società, avrebbe assunto il ruolo fittizio di vittima dell'usura, come copertura.
La truffa si realizzava in maniera ingegnosa tanto da costare agli uomini della sezione di pg della Polizia di Stato tre anni «di indagini certosine», ha spiegato Battipede in conferenza stampa. Alcuni conti correnti aperti dagli arrestati servivano solo per ottenere i carnet d'assegni necessari per pagare telefonini, viaggi, e ricariche telefoniche acquistati da alcuni commercianti in tutta Italia.
Assegni a vuoto ma con firma autentica che, per questo, apparivano regolari. Successivamente venivano acquistati alcuni pezzi non pagati ai commercianti, che a volte erano vittime dell'usura, e perciò costretti a tacere ed a diventare complici delle manovre illecite perché legati dal debito ad usura ancora insoluto.
L'indagine, condotta dal sostituto procuratore della Repubblica di Bari, Giuseppe Scelsi, nasce da una denuncia per un presunto assegno falso emesso per pagare ricariche telefoniche per un valore pari a circa 3mila euro.
Altro episodio è quello emerso nel corso dell'inchiesta e che vede come parte lesa le Poste Italiane. Un correntista, complice dell'organizzazione, avrebbe versato su un conto corrente postale un assegno scoperto di circa 150 milioni di vecchie lire incassando, subito, un resto di circa 30 milioni di lire in contanti. Nell'inchiesta figurano anche alcune ditte che, ottenuti i finanziamenti della legge 488, avrebbero acquistato beni con la tecnica truffa-usura in tutta Italia.
Tra le ipotesi contestate a vario titolo dalla procura di Bari ai 46 indagati, anche quelle di falso, estorsione e riciclaggio insieme a quelle di truffa ed usura con interessi variabili tra il 100 ed il 200%.

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