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Amianto dalla Fibronit a Bari: una condanna

La fabbrica - non più operativa dal 1985 - è stata confiscata. Due anni di reclusione all'ex liquidatore della società. Il giudice del Tribunale ha escluso l'inquinamento delle falde acquifere: «il fatto non sussiste». Risarcimenti alle parti civili
BARI - Una condanna alla pena di due anni di reclusione, un'assoluzione e la confisca dell'area dell'ex stabilimento di cemento-amianto Fibronit di Bari, operativo fino al 1985: è questo il verdetto del giudice monocratico del Tribunale di Bari Francesca Romana Pirrelli, al termine del processo a carico di un liquidatore e di un responsabile della società Fibronit.
Il giudice ha anche liquidato al ministero dell'Ambiente, costituitosi parte civile nel processo, una provvisionale per risarcimento danni di 5 milioni di euro, 20.000 euro ciascuno alla Regione Puglia e alla Provincia di Bari, 10.000 euro ciascuno a Wwf e Codacons; per il Comune di Bari, che non aveva chiesto una provvisionale ma un risarcimento danni di 100 milioni di lire, il danno sarà quantificato in sede civile.
I due imputati erano accusati di danneggiamento per aver distrutto o deteriorato le falde acquifere che scorrono sotto l'area dello stabilimento, inquinandole di fibre di amianto; e di getto di cose pericolose per aver provocato «l'emissione e la dispersione nell'aria di polveri derivanti dalla lavorazione dell'amianto, idonee a cagionare danni alla salute dei cittadini». I reati contestati fanno riferimento al periodo compreso tra il 1985, epoca di chiusura dello stabilimento, e il 23 settembre del '99.
Dei due imputati a giudizio il Tribunale ha ritenuto colpevole Stefano Artese, di 42 anni, di Merate (Lecco), liquidatore della finanziaria Fibronit s.p.a., subentrata per fusione alla Fibronit s.r.l. nel '96: Artese è stato condannato a due anni di reclusione (pena sospesa) per il solo danneggiamento delle strade; il giudice ha invece disposto il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per Alvaro Galvani, di 59 anni, di Volta Mantovana (Mantova), legale rappresentante della Fibronit s.r.l. e responsabile di fatto dell'ex fabbrica barese.
Gli imputati sono stati invece assolti «perché il fatto non sussiste» dall'accusa di danneggiamento delle falde acquifere.
Il processo penale fu avviato a seguito del sequestro dello stabilimento Fibronit, ordinato il 23 gennaio 2002 nell'ambito di altre indagini riguardanti l'inquinamento della vasta area coperta dallo stabilimento in una zona centrale della città. Nel chiedere la condanna a due anni di reclusione ciascuno dei due imputati, il Pubblico ministero inquirente Roberto Rossi affermò che nel corso degli anni all'interno dello stabilimento barese era stata realizzata e gestita una discarica non autorizzata destinata allo smaltimento di svariate tonnellate di rifiuti pericolosi (consistenti in scarti della lavorazione di cemento-amianto, materiali di risulta, fanghi, fibre e polveri di amianto) che sono stati accumulati negli avvallamenti del suolo esistenti nell'area dell'ex fabbrica.
Successivamente, proseguì l'accusa, gli avallamenti sono stati ricoperti con «cemento e terra in modo da colmare i dislivelli» formando così «un massetto superficiale della profondità di circa 2,5 metri fortemente inquinato e pericoloso per la salute dei lavoratori dell'impresa oltre che dei cittadini residenti nelle zone circostanti della città». L'attività illecita - proseguì il Pm - è poi proseguita durante l'esecuzione dei lavori di messa in sicurezza e di bonifica dell'area inquinata «con l'accatastamento e l'abbandono dei sacchi contenenti materiale di risulta in amianto all'interno dei capannoni» e «con l'abbandono delle lastre ondulate (costituenti il tetto dei capannoni) spezzate, segate e lasciate a giacere in zone esposte agli eventi meteorologici in modo da disperdere nell'aria materiale friabile fortemente inquinante».

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