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Abusivismo: sequestrate 4 cave sull'Alta Murgia

Due distinte operazioni coordinate dalla Procura della Repubblica di Trani, a Corato e a Ruvo. Applicato il divieto alle attività, espresso dall'articolo 3 del decreto istitutivo del Parco
TRANI - Nuova offensiva della Procura della Repubblica di Trani contro i presunti illeciti perpetrati nella zona dell'Alta Murgia. Ancora una volta nel mirino dei pubblici ministeri Antonio Savasta e Francesco Bretone sono finite alcune cave estrattive, mentre anche dalla Cassazione giungono segnali per la tutela delle aree naturali.
A seguito di due distinte operazioni sono state sequestrate quattro cave tra Corato e Ruvo.
A Corato, in Contrada Poggio Bianco, gli agenti del Corpo Forestale dello Stato hanno apposto i sigilli ad un'area di 60mila metri quadri.
Secondo quanto accertato, a gennaio l'ufficio minerario della Regione Puglia avrebbe autorizzato l'attività estrattiva nonostante la cava rientri in una zona protetta.
Circostanza su cui intende far chiarezza il Pm Savasta, già titolare di diverse inchieste sullo scempio dell'Alta Murgia nonostante l'istituzione del Parco e la normativa a tutela della zona.
A Ruvo di Puglia, invece, altre tre cave sono state sottoposte a sequestro preventivo del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani Michele Nardi su richiesta del Pm Bretone, anche lui titolare di altre indagini.
Non a caso il provvedimento eseguito dai Carabinieri dei Noe (Nucleo Operativo Ecologico) di Bari riguarda siti già precedentemente sequestrati ad imprenditori tranesi del comparto marmifero per cui è in corso il processo.
Ma in quell'inchiesta del '97 sono stati coinvolti anche alcuni funzionari della Regione Puglia.
«È fuor di dubbio - scrive il Pm nella richiesta di sequestro - che essendo le cave autorizzate con concessioni illegittime e prive di autorizzazione paesaggistica e della valutazione d'impatto ambientale il reato è stato perpetrato anche nel periodo successivo a quello contestato nella precedente richiesta di sequestro».
Cave che, poi, nel prosieguo dell'inchiesta furono dissequestrate.
Per la Procura, l'articolo 3 del decreto istitutivo del Parco dell'Alta Murgia vieta su tutto il territorio interessato l'apertura e l'esercizio di cave miniere e discariche. Tuttavia lo stesso articolo precisa che la prosecuzione fino ad esaurimento delle autorizzazioni dell'attività di cave miniere e discariche in esercizio e regolarmente autorizzate è condizionata al rispetto di specifici piani di coltivazione, dismissione e recupero autorizzati dall'Ente Parco.
Ipotesi che non ricorrerebbe per le cave sequestrate.
«È fatto di comune dominio - scrive ancora Bretone - che l'attività estrattiva costituisce una delle forme più violente di intervento sul territorio il cui danneggiamento è conseguenza inevitabile dell'attività estrattiva attraverso la quale vengono spianate montagne con l'asportazione di ingente quantità di pietra».
Intanto a dar manforte alle tesi della Procura giunge una sentenza della Cassazione che ha confermato il sequestro preventivo del Tribunale di Bari ai danni di una signora di Altamura la cui particella ricadeva in una zona comunque sottoposta a vincoli.
«Il concetto di aree naturali protette - sancisce la Corte con sentenza del 7 ottobre 2003 - è più ampio di quello comprendente i parchi e le riserve naturali, nazionali e regionali, perché abbraccia anche le zone umide, le zone di protezione speciale, le zone speciali di conservazione ed altre aree naturali protette». Ed inoltre «la competenza all'istituzione delle zone di protezione speciale non è prerogativa esclusiva delle Regioni, e solo in via sostitutiva dello Stato, ma può essere esercitata anche dallo Stato quando un determinato habitat sia rilevante quale ecosistema d'importanza nazionale».
Antonello Norscia

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