Domenica 16 Dicembre 2018 | 02:47

Contrabbando e Scu Brindisi caso nazionale

Il contrabbando di sigarette ha avuto, in passato, la copertura se non proprio la complicità di qualche Stato. Il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, ha ripercorso le tracce di un’inchiesta che quasi dieci anni fa ha svelato gli accordi tra i grandi trafficanti, le autorità pubbliche del Montenegro e i rappresentanti di un cartello criminale pugliese per il controllo del contrabbando di sigarette nel Mediterraneo
Contrabbando e Scu Brindisi caso nazionale
PALERMO - Il contrabbando di sigarette ha avuto, in passato, la copertura se non proprio la complicità di qualche Stato. Il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, ha ripercorso le tracce di un’inchiesta che quasi dieci anni fa ha svelato gli accordi tra i grandi trafficanti, le autorità pubbliche del Montenegro e i rappresentanti di un cartello criminale pugliese per il controllo del contrabbando di sigarette nell’area del Mediterraneo.

Esperti a confronto - Mantovano è intervenuto al convegno che si è aperto ieri a Palermo e ha ricordato che a quel tempo in Puglia i clan dei contrabbandieri ingaggiarono una dura battaglia con gli uomini della Guardia di Finanza. Alcuni finanzieri persero la vita nell’inseguimento degli organizzatori che disponevano di mezzi navali e di trasporto efficienti e moderni oltre che di radar installati nel depositi clandestini dei tabacchi.

Il sottosegretario ha ricordato che «l’affare era in mano a organizzazioni criminali della Sacra corona unita e che l'approvvigionamento e lo stoccaggio era favorito da stati come il Montenegro». «C'era – ha ricordato Mantovano – una tolleranza internazionale perchè a quel tempo il governo montenegrino aveva una funzione di contraltare del regime serbo di Milosevich. Poi il voto ha segnato la svolta politica auspicata e il Montenegro non è stato più una zona franca».

Operazione Primavera - Sono trascorsi pochi anni dall’Operazione Primavera. Era febbraio del 2000 fa quando il ministro dell’Interno Enzo Bianco, disse basta e fece calare sul contrabbando di sigarette, in particolare, in terra di Brindisi, la mano pesante della legge. Quella che sino ad allora era venuta a mancare. Complice un modo piuttosto indulgente di guardare al contrabbando delle sigarette (“Meglio quello che reati ben peggior”, si sentiva ripetere anche da chi avrebbe avuto l’obbligo e il dovere di far rispettare la Legge). Complice anche la pessima deriva che la nostra politica ha sempre avuto verso certi settori in prospettiva di un futuro consenso.
Il ministro Bianco intuì che non era più tempo di guardare con indulgenza al contrabbando delle sigarette che nel frattempo era diventato una grande holding internazionale, che muoveva milioni di dollari in tutta liceità: facendo viaggiare i flussi di denaro attraverso le comode e accondiscendenti banche svizzere, e le casse di sigarette sui natanti che facevano la spola tra il Montenegro e le coste di Brindisi. E da qui smistate ovunque attraverso i canali dei contrabbandieri locali.

E Bianco aveva anche capito che il contrabbando delle sigarette non era più quel fenomeno “romantico” del poveraccio che si guadagnava la pagnotta vendendo la stecca di sigarette. Sul traffico delle sigarette si erano allungate le mani della mafia, della camorra e della Sacra corona unita. Una miscela talmente esplosiva che nel corso degli anni ha portato la provincia di Brindisi a diventare un mattatoio.

Un grande affare Il primo segnale che le sigarette stavano diventando un grande affare lo si era avuto a metà degli anni Settanta quando si affrontarono per le strade di Brindisi due famiglie storiche del contrabbando. I Ciciriello, originari di San Michele Salentino e i Contestabile di Brindisi. Una notte di sangue. Inseguimenti, colpi di arma da fuoco, due morti (i capi dei due clan) e tanti feriti.
Nei primi anno Ottanta erano arrivati i siciliani e i napoletani. Entrambi avevano scelto come base operativa Fasano con i napoletani del clan Mazzarella (rivali storici di Cutolo) e i siciliani della cosca di Corso dei Mille del boss Pietro Vernengo. Questi ultimi avevano allargato il loro raggio di azione su Ostuni, stringendo un patto con Oronzo Milone.

Il primo approccio con Fasano dei siciliani, tanto per far capire chi comandava, fu l’assassinio di un giovane rampollo della famiglia Ancona (conosciuti come “gli sbirrati”).

Sulla scena non c’era ancora la Sacra corona del mesagnese Giuseppe Rogoli. L’arrivo di questa organizzazione malavitosa, definita la Quarta mafia (ce n’erano già tre: mafia siciliana, ‘ndrangheta e camorra), dette uno scossone violento agli equilibri esistenti. Forte dell’appoggia della ‘ndrangheta, Rogoli rivendicò la gestione del contrabbando tutta per sé. E la impose con la forza senza però entrare in rotta di collisione con siciliani e campani che restrinsero la loro sfera operativa al Fasanese.

Tredicimila addetti Il contrabbando ormai non sfamava più cinquemila famiglie, ovvero non meno di tredicimila persone che in una zona con gravi problemi occupazionali sono tante. Il contrabbando inquinava l’economia, influenzava le scelte politiche: un vero e proprio antistato. Aveva trovato un valido alleato con il presidente del Montenegro (finito sotto processo a Bari per contrabbando), prodigo con tutti i latitanti nostrani. In Montenegro un altro contrabbandiere doc (Francesco Prudentino, successore di Milone) veniva chiamato il dottore e gestiva alberghi e casinò. Oltre ovviamente al traffico delle sigarette.
Forte, arrogante, violento: il contrabbando uccideva. Tante persone sono morte, vittime ignare di questa violenza. Se ne possono ricordare a bizzeffe. Il genitore che un pomeriggio rientrava a casa dopo avere lasciato al campo del Masseriola il proprio figlioletto fu travolto dalla vettura piena di taniche di benzina che sfrecciava a velocità pazzesca sulla tangenziale. Oppure la signora che stava in casa e fu raggiunta da una pallottola esplosa da un contrabbandiere che cercava di sganciarsi dalle forze dell’ordine. Le ultime vittime furono due finanzieri (Alberto De Falco e Antonio Sottile) che con altri due colleghi stavano pattugliando la periferia di Brindisi. Una colonna di mezzi blindati dei contrabbandieri incrociò la vettura dei finanzieri. Uno di questi mezzi puntò diritto sulle Fiamme gialle e sbriciolò l’auto.

Bianco disse basta. E fece quello che nessuno aveva mai voluto fare. Potenziò le forze dell’ordine sul territorio di Brindisi, e mandò a dirigere le operazioni persone che non avevano nessun collegamento con il territorio. Per mesi e mesi non si riusciva a capire come mai i mezzi dei contrabbandieri all’improvviso venivano inghiottite dal buio. Gli investigatori scoprirono che questi mezzi finivamo sottoterra: nella campagna di Fasano era stato realizzato un immenso garage in un uliveto. Delle gigantesche pompe meccaniche sollevavano un pezzo di strada, le vetture scendevano nel sottosuolo e la strada si richiudeva. Indubbiamente un crimine geniale.

Ora di tutto quello è rimasto, almeno in Puglia, solo il ricordo. Ma c’è il rischio, come ha sottolineato l’on. Violante sempre nel convegno di ieri, che le strade utilizzate un tempo dal contrabbando, vale a dire il Montenegro, possano essere usate per la droga.

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