Un’attesa probabilmente inferiore si renderà necessaria per conoscere, invece, l’esito delle analisi sui campioni di acqua prelevati. «Le indagini sono in corso - dice Spartera -. L’unico dato certo che possiamo dare finora è relativo all’aria. Come detto da subito, non c’è stata alcuna contaminazione. Siamo stati fortunati perché le correnti d’aria ascenzionali hanno fatto sì che i fumi salissero oltre quota 200 metri e si disperdessero più facilmente. Le nostre centraline non hanno rilevato alcuna contaminazione di pm10 o idrocarburi policiclici aromatici».
E intanto sono ancora visibili i segni della devastazione. Forse è stato un corto circuito a originare il pauroso incendio divampato a «Lubritalia». Dalla visione dei filmati registrati dalle telecamere della videosorveglianza è emerso che le fiamme sono partite da una centralina elettrica situata nel piazzale dell’azienda e poi si sono propagate al capannone in cui erano custoditi i bidoni di plastica e i fusti. Il fuoco ha interessato 100 tonnellate di oli naturali e sintetici. I danni, secondo una stima dei carabinieri, si aggirano intorno ai tre milioni di euro.
Il procuratore capo Franco Sebastio, che si è recato personalmente sul posto, ha avviato un’inchiesta per accertare eventuali responsabilità.
L’inferno di fuoco ha tenuto impegnate per diverse ore sei squadre dei vigili del fuoco e il personale mobilitato da Ilva e Agip. Per spegnere le fiamme sono stati utilizzati anche mezzi speciali dei vigili del fuoco, uno dei quali del distaccamento della raffineria Eni di Taranto. Il rogo ha avvolto fusti di oli minerali provocando alcune esplosioni. Provvidenziale l’utilizzo di sostanze come l’encapsulator «F-500» messo a disposizione dai vigili del fuoco dell’Ilva: si tratta di materiale che estingue fiamme e fumo, sottraendo ossigeno all’ambiente di combustione. Il capannone della Lubritalia, azienda di un noto imprenditore tarantino, è stato completamente distrutto dalle fiamme.
[Maria Rosaria Gigante-Giacomo Rizzo]
















