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«La resistenza a Xylella è nella linfa», la ricerca parla pugliese

«La resistenza a Xylella è nella linfa», la ricerca parla pugliese

«La resistenza a Xylella è nella linfa», la ricerca parla pugliese

 
Marisa Ingrosso

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Marisa Ingrosso

«La resistenza a Xylella è nella linfa», la ricerca parla pugliese

Undici ricercatori di Cnr, Politecnico di Bari, Crsfa (Locorotondo) e di una spin-off di PoliBa

Lunedì 22 Gennaio 2024, 12:42

Nella linfa delle piante è “scritta” la resistenza alla Xylella. Lo rivela uno studio firmato da Maria Saponari, Antony Surano, Carmine del Grosso, Annalisa Giampetruzzi, Donato Boscia e Pasquale Saldarelli (tutti e sei dell’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del Cnr Bari), Biagia Musio e Stefano Todisco del Dicatech-Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale, del Territorio, Edile e di Chimica del PoliBa, così come Vito Gallo e Piero Mastrorilli che però fanno parte anche della Innovative Solutions S.r.l. che è una Spin-Off del Politecnico barese, Giuseppe Altamura (Crsfa-Centro di Ricerca e Sperimentazione e Formazione in Agricoltura “Basile Caramia” di Locorotondo).

Lo studio, che è disponibile dal 19 gennaio su Researchgate.net, è stato anche parzialmente finanziato con soldi pubblici (Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, DM n 664766 del 29/12/2022, nell’ambito del progetto di ricerca Omibreed ID07).

Gli scienziati spiegano che si sono concentrati sulla Xylella fastidiosa della subspecie pauca o ST53 che è «uno dei genotipi batterici più aggressivi finora descritti», cioè quello che è stato introdotto in Puglia, presumibilmente attraverso piante infette, all’inizio degli anni 2000.

La ricerca ha un titolo per addetti ai lavori che, tradotto dall’inglese, è: «Esplorare la linfa dello xilema per svelare le caratteristiche biologiche della sottospecie pauca ST53 di Xylella fastidiosa in specie di colture immuni, resistenti e sensibili attraverso la metabolomica e studi in vitro».

In pratica, gli scienziati sono partiti dalla differente reazione all’infezione riscontrata in alcune cultivar di ulivo come Leccino e Favolosa che sono molto resistenti e Cellina di Nardò, Ogliarola salentina e Calamata (la tipica oliva di origini greche) che, viceversa, soccombono alle infezioni. E poi hanno fatto una scelta peculiare: al contrario della maggior parte degli studi, che si sono concentrati su foglie e rami, questo si è dedicato alla linfa. Applicando la metabolomica (lo studio dell’insieme dei metaboliti) hanno indagato le basi del meccanismo di resistenza e hanno potuto valutare in vitro la crescita del batterio e la produzione di biofilm.

È stata usata la linfa estratta da alberi sani di colture note per essere sensibili, resistenti e immuni. Le piante erano tutte localizzate in frutteti di ulivi, agrumi e viti nella stessa zona della provincia di Taranto (in un’area della Puglia indenne da Xylella fastidiosa), caratterizzata da un tipo di terreno e da un clima relativamente omogenei, così come da una stessa gestione dei suoli, delle pratiche colturali di irrigazione e fertilizzazione. Per evitare interferenze sulla composizione della linfa xilematica, nessun prodotto fitosanitario sistemico è stato applicato durante la stagione di crescita.

Per la precisione la sperimentazione è stata eseguita sulla vite da tavola Cardinal (Vitis vinifera cv. Cardinal) che è immune così come l’arancio Navel (il Citrus sinensis cv. Navelina) e sul resistente ulivo Leccino (Olea europaea cv. Leccino) e sul sensibilissimo albero dell’oliva Cellina di Nardò (Olea europaea cv. Cellina di Nardò).

E si tenga conto che una recente indagine dell’Efsa-Autorità europea per la sicurezza alimentare (l’agenzia dell’Unione Europea che ha sede in Italia, a Parma) ha elencato oltre 600 specie di piante in cui sono stati rilevati ceppi di Xylella fastidiosa associati a infezioni e malattie sintomatiche o con infezioni latenti. Malattie di rilevante impatto sulle specie coltivate sono segnalati sulla vite (malattia di Pierce), sul mandorlo (leafbruciatura), pesca (pesca fasulla), agrumi (clorosi variegata degli agrumi), e olive (sindrome del declino rapido. Oleandri e diversi alberi da ombra (dalla quercia al platano) dopo l’infezione sviluppano tipici sintomi di bruciatura delle foglie. Ospiti molto diversi che si spiegano con l’elevata variabilità genetica di questo batterio, con le sue diverse sottospecie.

Lo studio ha rivelato che la linfa delle specie immuni, tra cui la vite e gli agrumi, che era più ricco di aminoacidi, acidi organici e glucosio, presentava una maggiore minore crescita batterica. Ciò vale nella cultivar di olivo notoriamente suscettibile alla Xylella (Cellina di Nardò), rispetto a quanto registrato nella cultivar resistente Leccino e, al contrario, nel Leccino, dove però si è verificata una maggiore formazione di biofilm. Una più bassa crescita batterica e una più bassa produzione di biofilm è stata riscontrata negli agrumi rispetto alla vite.

Proprio dalla scoperta dell’azione profonda della malattia nella linfa si spera, presto, di trovare un modo per salvare gli alberi.

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