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melfi

Aveva ricambi nell’armadio
«Ma non può essere licenziato»

La decisione della Cassazione per un operaio dipendente della Ceva Logistic all’epoca in servizio presso la Fiat-Sata di San Nicola

di Giovanni Rivelli

Il ritrovamento di materiale aziendale nell’armadietto personale non può determinare la condanna di furto e in assenza di tale condanna il licenziamento da parte dell’azienda è illegittimo.

Lo ha deciso la Corte di Cassazione rigettando il ricorso della Ceva Logistic contro un proprio dipendente, Davide Potito (assistito dall’avv. Pasquale Ciola) che pure era stato condannato per ricettazione al seguito del ritrovamento di alcuni pezzi presso la propria abitazione. La vicenda risale ad aprile del 2008 quando, nel corso di un’operazione volta alla ricerca di droga, nell’armadietto di Potito vennero rinvenuti alcuni pezzi di ricambio. Nella successiva perquisizione domiciliare vennero trovati altri pezzi e ne nacque un processo al termine del quale l’uomo venne ritenuto responsabile del solo reato di ricettazione e per questo condannato a un anno e 4 mesi con sentenza confermata in Cassazione.

Diverso, però, l’esito del parallelo processo di lavoro. Il Tribunale di Melfi aveva confermato il licenziamento, la Corte d’Appello, invece, nel 2015 lo aveva ritenuto illegittimo spiegando che «la valutazione delle circostanze come rappresentate in sede penale e quindi l'assenza di una prova in questa sede del fatto contestato, furto in azienda» non consentivano la cessazione del rapporto. Una decisione contro cui ha ricorso l’azienda lamentando che i giudici di seconda istanza non avessero tenuto conto «delle risultanze probatorie emerse nel corso del giudizio di primo grado (del giudice del lavoro)».

Ma la Suprema Corte ha osservato che «la Corte distrettuale ha ritenuto che il materiale istruttorio raccolto sia in sede penale (ossia le deposizioni dei testimoni) sia in primo grado (deposizione di un teste) nonché la lettera di giustificazioni del lavoratore stesso non consentissero di ritenere provato il comportamento addebitato ossia la sottrazione di materiale aziendale, essendo emerso che il Potito aveva raccolto il materiale di scarto ritrovato durante il turno di lavoro e, in assenza del capo squadra a cui consegnarlo, lo aveva riposto nel suo armadietto per provvedervi successivamente». Inoltre, «pur citando la sentenza del Tribunale penale che aveva assolto il Potito dall'imputazione di furto (sentenza poi riformata dalla Corte di appello) - ha esaminato e valutato autonomamente il contenuto delle deposizioni dei testimoni escussi in sede penale comparandole altresì con la deposizione resa avanti al giudice del lavoro di uno dei due testimoni e ha ritenuto, con motivazione seppur succinta ma completa ed esauriente, insussistente il comportamento disciplinare addebitato al Potito».

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