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Gli allevatori mobilitati per difendere le antiche usanze silvo-pastorali. Allevamenti sempre più di qualità

mucca podolica

di GIOVANNA LAGUARDIA

POTENZA - Gli allevatori del Sud mobilitati per difendere le antiche tradizioni agro-silvo pastorali, che rischiano di essere spazzate via da tagli di fondi e cavilli burocratici.

Si riuniranno oggi a Viggiano rappresentanti della Cia di cinque regioni meridionali, Basilicata compresa, per evitare il taglio dei fondi alle pratiche di pascolo tradizionali. Quelle, per intenderci, che fanno vivere e risuonare i nostri boschi dei muggiti e dei campanacci delle vacche podoliche. Un sistema di allevamento estensivo di antichissima tradizione, perfettamente integrato negli ecosistemi boschivi lucani e meridionali, che ora rischia di ricevere un durissimo colpo per effetto di un decreto ministeriale che taglia pesantemente gli aiuti comunitari per queste pratiche di pascolo tradizionali. Si parla di perdite di oltre diecimila euro all’anno per un allevatore che abbia in uso duecento ettari di bosco utilizzato come pascolo, pari a circa il 40 per cento del contributo. Tagli che potrebbero anche essere retroattivi per le ultime due annualità. Insomma, una scure che si abbatte su un sistema già duramente provato dalla crisi, che rischia di compromettere del tutto la capacità di resilienza degli allevatori.

Ma a cosa sono dovuti questi tagli? Per comprenderlo occorre fare un passo indietro. Inizialmente L'Unione Europea non considerava i boschi alla stregua di superfici utili per il pagamento degli aiuti comunitari. Questo orientamento, però, non teneva conto delle tradizioni agro-silvo-pastorali dell’Italia, dove è tradizione allevare le razze rustiche come la podolica, all’interno dei boschi. Questa pratica, quindi, è stata riconosciuta dall’Unione Europea, che negli anni ha regolarmente corrisposto un aiuto. Fino al 2015 le superfici boscate erano riconosciute da Agea in percentuale rispetto alla superficie catastale ai fini del calcolo del contributo. Cioè se un allevatore aveva in uso un bosco di 100 ettari, ai fini del calcolo del contributo veniva detratta una tara, che poteva andare dal 20 al 50 per cento. Nel 2014 un decreto ministeriale ha aumentato questa tara. L’aumento, però, non è stato applicato né nel 2015 né nel 2016. Arriva, così, il 2017 e con esso una doccia fredda per gli allevatori: dopo un audit della Commissione Europea su Agea, viene accertata la discrepanza e gli aiuti vengono decurtati, con la prospettiva di un recupero delle quote già ottenute per il 2015 e il 2016.

«Se c'è una riduzione degli aiuti comunitari - ha spiegato Luciano Sileo della Cia Basilicata in una intervista alla Gazzetta - considerata la bassa redditività di questo tipo di allevamenti, lo stato di crisi attuale del mercato zootecnico e di queste carni in particolare, c’è il rischio concreto che molti allevamenti diventino economicamente non più sostenibili e chiudano i battenti». Per la Cia, inoltre, va ridiscusso, lo stesso criterio con cui è stata applicata la tara alle superfici boschive ai fini del calcolo del contributo, perché la maggior parte dei boschi meridionali che costituiscono l’habitat naturale della vacca podolica sono dotati di un ricco sottobosco erbaceo ed arbustivo, perfettamente in grado di assicurare il sostentamento degli animali al pascolo. «Sicuramente - spiega Sileo - ci sono dei boschi che sono inaccessibili e su questo non si discute, ma se andiamo a Rifreddo, a Sellata, a Gallipoli Cognato, nelle aree dove cioè la vacca podolica ha sempre pascolato in bosco, ci rendiamo subito conto che la superficie pascolabile non è il 30 per cento ma almeno il 50 60 perché sotto il bosco è presente un ricco cotico erboso, insieme ad altre piante del sottobosco»

Il problema è particolarmente sentito in Basilicata, dove vi è un consistente numero di vacche podoliche, allevate per lo più in purezza: sono oltre 480 le aziende censite dall’associazione regionale allevatori, con più di 11mila vacche adulte iscritte al libro genealogico di razza.

È chiaro, però, che il taglio degli aiuti comunitari mette in discussione l’intero sistema meridionale di allevamenti estensivi e di presidio dei terreni cosiddetti marginali.

Di qui l’iniziativa della Cia, che mira a mettere insieme le regioni del Sud con l’obiettivo di porre un problema politico al Ministero e all’Unione Europea. Si cerca a breve termine di scongiurare quanto meno il recupero economico sugli anni 2015 e 2016. A medio e lungo termine, quello che la Cia chiede «è una modifica radicale del modello operativo oggi in atto, con una semplificazione dei passaggi e degli adempimenti, con una valutazione delle pratiche locali tradizionali non annuale ma triennale».

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