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 Guardie mediche a piedi via allo sciopero dell'auto

PIERO MIOLLA

Un silenzio assordante che ha indignato non poco i medici di continuità assistenziale lucane, le ex guardie mediche. È quello mantenuto dalla Regione Basilicata e, soprattutto, dalle Aziende Sanitarie lucane in merito alla paventata protesta di un numero consistente di professionisti i quali, da ieri, dopo averlo preannunciato, hanno messo in atto il rifiuto, o, se vogliamo, l’indisponibilità, ad utilizzare la propria autovettura nel servizio notturno. Quel silenzio, infatti, più di ogni altra cosa, paradossalmente molto di più della richiesta di restituzione di circa diciotto milioni di euro, ha portato a mettere in atto la protesta annunciata con abbondante preavviso (addirittura il 1° novembre), forse proprio per dare tempo alle istituzioni regionali sanitarie di organizzarsi.

Invece, nessuna risposta. Morale della favola? I medici di continuità assistenziale a partire da ieri sera non utilizzeranno più la propria auto in servizio. Il che, tradotto in soldoni, equivale a dire che, nel caso di chiamate notturne (il servizio di guardia medica viene assicurato di notte, tranne nei giorni festivi, quando è esteso a tutta la giornata) i medici che hanno aderito alla protesta non usciranno dalla sede di lavoro, a meno che, con una decisione repentina e dell’ultima ora, le Aziende Sanitarie non decidano di mettere loro a disposizione le auto aziendali. Solo così, infatti, si assicurerebbe negli oltre trenta centri nei quali la protesta è stata annunciata l’eventuale servizio di missione esterna, o, per meglio dire, di visita domiciliare.

C’è un problema, però, e non è di poco conto. Dato per scontato che chi ha preannunciato la protesta la metterà in atto e che le Azienda Sanitarie non hanno messo a disposizione le auto aziendali, nel caso di richiesta di intervento e di conseguente rifiuto dei medici (o impossibilità) a causa del mancato utilizzo dell’auto, se al paziente richiedente dovesse accadere qualcosa di irreparabile, chi sarà ritenuto responsabile? Su questo interrogativo, in tutta la giornata di ieri, i medici di continuità assistenziale si sono interrogati sul da farsi.

È apparso, però, subito chiaro che la protesta non sarebbe stata comunque ritirata e che, proprio per questo, diventava necessario un passaggio formale per scrollarsi di dosso eventuali responsabilità. Il consulto è stato praticamente continuo ed ha portato a vagliare varie ipotesi, da una comunicazione alla Procura della Repubblica ad una lettera scritta nella quale allontanare dal corpo sanitario ogni responsabilità astrattamente derivante dalla mancata risposta ad eventuali chiamate domiciliari. Alla fine si è deciso di fare un’ulteriore comunicazione alle Aziende Sanitarie, inviata per conoscenza anche alla Prefettura, nella quale è stato chiesto espressamente in che modo le Aziende intendano assicurare il servizio, stante il rifiuto di cui sopra. Così facendo, in buona sostanza, la responsabilità passerebbe nella mani delle istituzioni. Che, è la posizione dei medici, dopo aver riconosciuto le indennità ai medici ed essere state solerti nel richiederne la restituzione, non altrettanta sollecitudine hanno mostrato nell’affrontare la questione legata alla protesta partita ieri.

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