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PINO PERCIANTE

Sette anni, sette interminabili anni con l’accusa di pedopornografia. Un’ indagine e un processo, nonostante l’ostinata professione di innocenza. Un incubo finito solo oggi: quando il Tribunale di Lagonegro ha chiuso il processo contro M. L. B., 53 anni, originario di San Giorgio Lucano ma residente a Senise. Decidendo che lui con la pedopornografia non c’entrava assolutamente niente. Il fatto non sussiste, con questa formula il giudice monocratico, Alfredo Maffei, lo ha assolto dall’infamante accusa. Ciò che aveva scaricato sul suo computer non erano immagini erotiche con bambini, o quanto meno non c’è la matematica certezza che quelle sequenze avessero come protagonisti minori . Per scagionare M. L. B. l’avvocato difensore, Giuseppe Arbia, ha chiesto la consulenza dell’ingegnere Domenico Pullì , il quale davanti al giudice ha affermato che dalla visione dei filmati non è possibile risalire con certezza all’età dei protagonisti, sicuramente giovani ma non può dirsi se minori.

Di fronte a questa testimonianza e all’arringa convincente dell’avvocato Arbia, il giudice ha deciso di assolvere l’imputato con la formula più ampia. Tutto ha avuto origine nel 2008 quando la polizia giudiziaria, su delega della Procura di Bologna, nel corso di un indagine a più largo raggio, scopre che M. L. B. starebbe scaricando una serie di immagini giudicate pedopornografiche. Alla fine di quell’anno la Polizia Postale irrompe nella sua abitazione a Senise e sequestra tutto il materiale presente, pc, cd e floppy disk. Al 53enne viene contestato il possesso di materiale pedopornografico. L’uomo viene rinviato a giudizio il 25 novembre 2010. Il processo comincia il 22 novembre del 2011 ma per varie ragioni (legittimi impedimenti, scioperi e tre cambi di giudice) viene rinviato fino al 1 marzo del 2017 quando viene risentito uno dei due testi e l’ingegnere Pullì, nel frattempo nominato dal tribunale. Dopo un ulteriore rinvio, la sentenza arriva il 7 luglio scorso e oggi sono state rese note le motivazioni .

Per il giudice «l’analisi dei dati presenti nei supporti magnetici sequestrati (111, ndr) non ha consentito di appurare la detenzione, in capo all’imputato , di files - video ed immagini – di contenuto pornografico che avessero come protagonisti dei bambini… Certamente – si legge ancora nelle motivazioni - il materiale rinvenuto nella detenzione dell’imputato aveva contenuto pornografico; tuttavia rispetto ai protagonisti ivi raffigurati, pur riscontrandosene la giovane età, non può affermarsi con elevato grado di certezza che trattasi di soggetti minorenni». Per di più, scrive ancora il giudice del Tribunale di Lagonegro «la prova che le immagini riproducano effettivamente ragazze e ragazzi minori di anni diciotto, oltre a non essere rinvenibile con chiarezza dai connotati fisici delle persone ritratte, nemmeno può ricavarsi da ulteriori elementi identificativi dei files in oggetto». In conclusione «gli esiti dell’istruttoria non hanno consentito di ritenere dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che l’imputato detenesse materiale pedopornografico».

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