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di Massimo Brancati

POTENZA - «Le nostre porte sono spalancate. I poveri non hanno nazionalità, colore della pelle o fede religiosa». Così Marina Buoncristiano, responsabile dell'osservatorio diocesano delle povertà e risorse della Caritas di Potenza, risponde all’appello lanciato da Caterina Conte, amministratrice giudiziaria di «Manteca», la società che gestisce l’accoglienza di 140 migranti nel capoluogo lucano, alle prese con il malcontento dei profughi che non ricevono il pocket money da due mesi e dicono di essere ridotti al digiuno forzato.

Sareste pronti a donare il cibo per i migranti?

«Rispondiamo a qualsiasi richiesta. Ma è giusto che si sappia come funziona il nostro sistema: gli alimenti che arrivano nel nostro magazzino diocesano ci vengono forniti dall’Unione europea attraverso l’Agea. Occorre indicare il numero preciso delle famiglie che attingono a questo magazzino. Quando ritiriamo i beni alimentari dobbiamo produrre nome e cognome della famiglia richiedente, l’autocertificazione dello stato di famiglia, il certificato Isee e il codice fiscale del capo famiglia».

Tutto prestabilito, dunque. Ma come si fronteggia l’emergenza?

«I parroci possono «certificare» lo stato di indigenza di chi chiede aiuto, ma poi tutto deve essere dimostrato attraverso i documenti».

Se l’Agea manda solo lo stretto necessario (documentato) come fate di fronte alle continue richieste di alimenti?

«Ci appoggiamo al buon cuore di singoli cittadini e di supermercati che ci donano beni in scadenza e abbiamo la fortuna di avere al nostro fianco l’associazione Io Potentino con i Magazzini Sociali che raccolgono le eccedenze alimentari».

Oggi quante famiglie aiutate?

«A Potenza è una escalation. Solo quest’anno abbiamo avuto 93 nuove richieste di aiuto e complessivamente parliamo di 1.500 nuclei familiari che si rivolgono a noi non solo per gli alimenti, ma anche per pagare le bollette. Non sono i poveri «cronici», lo zoccolo duro del fenomeno. Ci sono nuovi poveri, quelli che hanno perso il lavoro o hanno un lavoro con un reddito insufficiente. Ma esiste tutta una fascia di cittadini che, seppure in forte difficoltà, non chiede aiuto per vergogna. In città c’è gente senza corrente elettrica in casa e anche il diritto allo studio viene calpestato».

In che senso?

«Premesso che quest’anno abbiamo speso per l’acquisto di libri di testo e corredo scolastico circa 8mila euro, ci sono casi come quello di un padre di famiglia di Balvano che, con le lacrime agli occhi, ci ha chiesto aiuto per dare all’ultimogenito i libri di scuola, spiegandoci di avere tre figli ma che può far studiare soltanto uno».

Torniamo ai migranti. Cosa pensa di ciò che sta accadendo, con lo Stato che non eroga i fondi necessari alle coop impegnate nella gestione dell’accoglienza?

«Il ministero non dà i soldi, è vero. Ma quando un'impresa aderisce a un bando si assume anche l'onere e il rischio di dover anticipare dei soldi. Lo Stato, ad ogni modo, dovrà porsi il problema di cosa fare per garantire la sopravvivenza di questi cittadini. Possiamo farli mangiare nell'immediatezza attraverso Caritas, Croce Rossa, Vincenziane, Magazzini sociali e Comuni. Ma è una questione di giorni, non possiamo garantire il sostegno a lungo termine. L'emergenza non deve diventare lo status quo».

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