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Uno spreco milionario
le royalty del greggio

Ingenti risorse, ma non hanno prodotto sviluppo

Uno spreco milionario  le royalty del greggio

di Massimo Brancati

POTENZA - C’è chi li ha definiti gli «steroidi anabolizzanti» dei conti comunali. Piccoli paesi di 2.000 anime con bilanci di grandi città, disponibilità di cassa ben oltre il raggio d’azione di spesa, col risultato di ritrovarsi a costruire più volte lo stesso marciapiede o a riempire di panchine, lampioni e cotillion piazze desolatamente vuote. Vuote come il futuro di questi centri che non sono riusciti a tradurre in sviluppo l’enorme flusso di denaro derivante dalle royalty del petrolio. Incapacità gestionale? Sindaci inadeguati? Sprechi o cos’altro? I numeri parlano chiaro: tra il 1998 e il 2014 per le estrazioni petrolifere della concessione Val d’Agri (quella, per intenderci, di Eni e Shell) sono stati versati in Basilicata oltre 1.350 milioni di euro, cui si sommano circa 290 milioni destinati al Fondo idrocarburi, per un totale di 1.640 milioni di euro. E dire che questa cascata di dobloni avrebbe potuta essere molto più dirompente se solo l’Italia si fosse uniformata, in termini di compensazioni, ad altri Paesi «trivellati»: chi produce petrolio nel nostro Paese, lo ricordiamo, è tenuto a versare allo Stato una royalty del 10% sul valore del gas e del greggio prodotti a terra. Ciò è stabilito dalla legge 99/2009, secondo cui alle royalty dovute per le produzioni su terra di gas e petrolio, pari al 7%, va aggiunto un ulteriore 3% da destinare al cosiddetto Fondo Idrocarburi. Il 7%, in generale, va ripartito tra Stato (30%), Regione a statuto ordinario (55%) e Comune (15%), ma per la Basilicata e per le altre Regioni del Sud, in base alla legge 140/99, l’aliquota dovuta allo Stato viene interamente versata alla Regione competente, che pertanto percepisce l’85% delle royalty previste. Altri Paesi «nero petrolio» hanno contrattato migliori ristori: in Norvegia e Indonesia, ad esempio, le royalty sono all’80%, mentre in Canada i Governi locali si lamentano perché giudicano insufficiente il 45% che incassano su ogni barile.

Sette, dieci o ottanta per cento che sia, la Basilicata ha comunque un quadro numerico di royalty che giustificherebbe l’etichetta di Texas lucano, ma proprio i centri maggiormente «foraggiati» dai soldi del petrolio, quelli della concessione Val d’Agri (Viggiano, Calvello, Grumento Nova, Marsiconuovo, Montemurro e Marsicovetere), fanno registrare il tasso più alto di spopolamento (7mila emigranti dal 2004 al 2014, con l’unica eccezione di Viggiano, in crescita) e di disoccupazione (32% a fronte di una media regionale del 13%).

Da queste parti l’autocommiserazione di «demartiniana» memoria non avrebbe senso. Ai sindaci non è concesso piangere miseria: in totale, tra il 1998 e il 2014, i 6 Comuni petroliferi hanno percepito oltre 200 milioni di euro, la maggior parte dei quali, 142 milioni di euro, destinati a Viggiano, seguito in ordine decrescente da Grumento Nova (22,7 milioni di euro), Calvello (20,8 milioni di euro), Marsico Nuovo (9 milioni di euro), Montemurro, (5,6 milioni di euro) e Marsicovetere (0,7 milioni di euro). Rapportando tali valori alla popolazione residente nel 2014 emerge che, in 17 anni, nell’area sono stati versati oltre 11 mila euro per residente. Solo nel 2014 Eni e Shell hanno corrisposto ai Comuni aliquote di prodotto per un totale di 27.402.825,31 euro (produzione avvenuta nell’anno 2013). Altro che Texas, altro che «Libia di casa nostra», come diceva l’allora governatore lucano Vito De Filippo, oggi sottosegretario. Dopo decenni di trivellazioni la Basilicata non è Dubai. E la Val d’Agri non ha certo l’aspetto di un emirato.

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