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di Giovanni Rivelli

POTENZA - Tengo famiglia. Lo dice oltre un lucano su quattro di quanti lavorano nella sanità pubblica invocando i benefici della «legge 104» del 1992 quella destinata a chi assiste parenti malati.Una situazione al limite dell’agibilità stando ai dati forniti dal direttore generale del dipartimento salute della Regione, Donato Pafundi. Se a livello nazionale nel settore si ha un’incidenza variabile tra il 12 e il 16 per cento dei dipendenti, nelle aziende sanitarie della Basilicata si arriva al 26/28 per cento e la media contiene delle punte di iceberg, come quella del reparto di Pediatria di Venosa. «Quattro dei cinque addetti - dice ancora Pafundi - beneficiano della legge 104 e, in conseguenza, non possono essere inseriti in servizi a turno e reperibilità. Di conseguenza le attività sono costrette a bloccarsi».

Un peso non di poco conto. Perchè la «104», oltre alla minore elasticità della prestazione, prevede 3 giorni di permesso retribuito al mese, grosso modo il 15 per cento dell’orario. E moltiplicato per i tanti dipendenti che beneficiano della misura, negli ospedali lucani è come se su 100 assunti ne lavorassero in realtà poco più di 95, perchè 5 sono stabilmente occupati ad assistere familiari. E tutto questo, fanno notare dal dipartimento Salute, con una popolazione «pesata» identica allo standard nazionale, vale a dire che non si può attribuire il dato a una maggiore presenza di anziani o disabili in Basilicata rispetto al resto del paese, perchè per uno scherzo del destino in questo momento storico i dati grosso modo coincidono.

Un problema, senza dubbio, ma, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, un’opportunità. Perchè la Regione Basilicata, in questo momento, è fortemente impegnata a cercare ogni risparmio possibile nella spesa sanitaria per uno sbilancio previsto in non meno di 20 milioni di euro annui, circa il 2% nel bilancio sanitario di una piccola regione come quella lucana. Ci sono i tagli dei trasferimenti statali, due sentenze amministrative che hanno eliminato provvedimenti di razionalizzazione in campo farmaceutico, gli ulteriori esborsi per farmaci innovativi quanto costosi (come quello per l’epatite C) e poi l’esigenza di assunzioni per far fronte alla nuova normativa su tetti orari massimi di 48 ore settimanali e riposi (non meno di 11 ore tra i turni) che da sola peserebbe 21 milioni di euro. Una cifra, quest’ultima, che si punta a far scendere a 5 milioni proprio grazie a razionalizzazioni e recuperi di produttività del personale. Familiari malati permettendo.

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