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MASSIMO BRANCATI
POTENZA - Soldi pubblici da restituire al mittente. Percepiti per otto mesi nonostante lo sforamento, nel 2014, del patto di stabilità con conseguente taglio del 30 per cento alle indennità e ai gettoni di presenza. Sanzione accessoria alla multa da oltre 2 milioni di euro. Forse speravano che lo Stato non facesse sul serio, che non arrivasse la chiamata a regolarizzare la posizione. 

Sta di fatto che sindaco, assessori e consiglieri comunali di Potenza hanno continuato a incassare il quantum per intero da gennaio ad agosto scorsi con il risultato che ora bisogna mettere mano al portafogli, sborsando tra i mille e i 15mila euro. Sarebbe stato più semplice applicare da subito la decurtazione, non appena certificato il mancato rispetto del tetto di spesa imposto dallo Stato. Ma, si sa, spesso in Italia la filosofia meneghina del «chi ha tempo non perda tempo» ha meno presa del credo partenopeo «chi ha avut avut, chi ha rat ha rat ha rat...». Lo cantava Fausto Cigliano in un refrain che col senno di poi crea qualche problema in più agli inquilini del Palazzo di città: devono privarsi, d'un botto, di consistenti somme come nel caso del sindaco Dario De Luca (15.338.40 euro) e del suo vice, l’assessore ai Trasporti Gerardo Bellettieri (11.503,80 euro). Complessivamente ammonta a 57.482 euro il plafond che i consiglieri comunali hanno l'obbligo di rispedire nelle casse municipali per effetto della riduzione del gettone di presenza da 40,99 a 28,69 euro lordi.

La possibilità di rateizzare fino a un massimo di otto mensilità è un palliativo che non scalfisce le oggettive difficoltà di fronte al diktat romano. Ecco perché qualcuno ora mugugna e sotto traccia punta il dito contro l'ufficio Affari generali che, a firma del dirigente Mario Restaino, ha chiesto la restituzione delle somme il 21 ottobre, quando la dichiarazione ufficiale di sforamento del patto di stabilità risale al 31 marzo scorso. Della serie: bravo prima a stare in silenzio, a non battere cassa, cattivo oggi a vestire i panni dell'esattore. In realtà, spiegano al Comune, non c'è alcun intento persecutorio o punitivo e la nota dell'ufficio è solo il risultato di un approccio notarile alla materia. Il mancato sincronismo tra sanzione e decurtazione sarebbe semplicemente legato a cavilli burocratici: occorreva aspettare i conteggi, i pareri legali, i chiarimenti del Dipartimento bilancio sulla circolare ministeriale e l’avvio di un iter che poteva esserci solo successivamente alla dichiarazione ufficiale del patto disatteso. Insomma, i classici tempi tecnici.

Il «big bang» di tutta questa storia è da ricercare nella spesa strutturale del Municipio assolutamente fuori controllo. Quella che ha determinato, per intenderci, la dichiarazione di dissesto finanziario, la seconda in vent'anni nel capoluogo lucano. Un record. In questa condizione rispettare i parametri del patto di stabilità era praticamente impossibile, anche perché nel 2014 sono venuti meno gli stanziamenti regionali garantiti negli anni precedenti e dallo Stato si è continuato a ridurre i trasferimenti verso i Comuni. La conseguente carenza di fondi si è riverberata sui cittadini in termini di tagli ai servizi (scale mobili chiuse, riduzione delle corse dei bus) inaugurando la stagione di lacrime e sangue più volte annunciata dalla stessa amministrazione comunale. Sacrifici per tutti. E la città aveva chiesto anche agli stessi consiglieri e assessori di stringere la cinghia, magari riducendo il numero delle sedute delle commissioni consiliari che hanno raggiunto quota dodici in una settimana. Appello caduto nel vuoto. La politica del fare non contempla un calo di impegno. Soprattutto se questo impegno è strettamente collegato all'introito. Ma sul muro alzato dai politici interviene ora la circolare con la decurtazione post sforamento del patto di stabilità e l'invito a restituire le somme. Una cura dimagrante imposta dall'alto. Anche se a scoppio ritardato.

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