Martedì 11 Agosto 2020 | 03:19

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Eni, allarme sui pozzi in Val D’Agri «Produzione destinata a diminuire»

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di Luigia Ierace

POTENZA - La produzione di gas e petrolio in Italia «potrebbe raddoppiare nel giro di un decennio, evitando circa 50 miliardi di euro di importazioni e garantendo 25 miliardi di maggiori introiti per le casse dello Stato» nonché una crescita occupazionale «per diverse decine di migliaia di persone». È l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi a parlare. Lo ha fatto proprio a Ravenna, in visita al polo nazionale dell’offshore, una delle tappe del suo tour in Italia.

Sviluppo, investimenti, occupazione, ma «negli ultimi 10 anni la produzione italiana (di idrocarburi, ndr) è scesa da 400mila a 200mila barili equivalenti al giorno». Un calo sul quale pesa in maniera importante il giacimento della Val d’Agri, l’altro polo nazionale della produzione di idrocarburi, quello dell’onshore dove nel 2014 il petrolio ha sfiorato l’80% della produzione nazionale su terraferma e il gas il 70%. Ma il trend è in negativo.

Nei primi 6 mesi del 2015, la produzione è scesa dell’8,3%, e secondo le proiezioni a fine anno arriverà al 10%. E tra due anni potrebbe scendere del 30% se non saranno perforati altri pozzi.Da Ravenna alla Basilicata, i due più importanti distretti dell’oil&gas, la cui importanza si legge ancora nelle parole di Descalzi: «In nessun altro Paese investiamo quanto in Italia: quasi 8 miliardi di euro nel piano quadriennale 2015-2018». «Crediamo nell’Italia», aggiunge l’Ad sottolineando che «non è un Paese povero di risorse petrolifere e gassifere», ma dove il «fenomeno del Nimby è ancora molto forte». Non parla direttamente di Basilicata, a Ravenna, l’Ad del Cane a sei zampe ma è evidente che la produzione lucana su terraferma condiziona quella del Paese.

Descalzi conosce benissimo il giacimento della Val d’Agri e il territorio lucano, avendoci lavorato fin dall’avvio delle attività dopo gli accordi del 1998 con la Regione Basilicata. Magari potrà essere una tappa del suo tour in Italia. Perché l’Eni non ha alcuna intenzione di lasciare il Paese. «Il nostro comportamento e i risultati raggiunti ne sono la dimostrazione», ribadisce Descalzi a conferma della volontà di restare in Italia e continuare ad investirci. Se così non fosse, non «occuperei il mio tempo visitando siti in un Paese dal quale vogliamo uscire».

Certo la produzione di metano nel nord dell’Adriatico potrebbe crescere. Ma «non ce lo lasciano fare», racconta, e sul «no» all’offshore pesa la campagna referendaria contro lo Sblocca Italia delle Regioni del Sud. Così è querelle tra i territori per la difesa dell’indotto petrolifero. Lo hanno fatto le aziende e i lavoratori del «Comitato 9 settembre» scesi in piazza a difesa dell’indotto della Val d’Agri per sollecitare il rilascio delle autorizzazioni da parte di Regione e Comuni per proseguire le attività e impedire la perdita di commesse. Sono preoccupati i lavoratori dell’indotto ravennate che occupa oltre 20 mila persone per il «no» all’offshore. Dice «no» anche il governatore lucano Marcello Pittella, ma assicura il rispetto delle intese siglate con Eni e Total: 154 mila barili al giorno (104mila in Val d’Agri e 50 mila all’avvio del giacimento nella Valle del Sauro). Priorità: ambiente e sicurezza e poi i ritorni economici.

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