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di PINO PERCIANTE
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POTENZA - Gli ambientalisti tornano all’attacco sulle «navi dei veleni», mistero irrisolto del nostro Paese. Prendendo spunto dalle possibili prospezioni in mare (nello Jonio e nel Tirreno) alla ricerca di petrolio e gas, l’associazione Mediterraneo No Triv invita «a pensare prima al tema delle cosiddette navi a perdere, divenuto filo conduttore di alcune inchieste giudiziarie e di quasi tutte le commissioni bicamerali sui rifiuti». Il presidente dell’associazione ambientalista, l’avvocato Giovanna Bellizzi, spiega. «La possibile presenza sui fondali marini di mercantili carichi di rifiuti tossici e radioattivi renderebbe incompatibile i progetti di estrazione dal momento che non si conosce il punto esatto in cui i pericolosi cargo sarebbero affondati e il loro stato di conservazione».

La Schlumberger italiana con l'istanza denominata «d 3 FR», ha chiesto di investigare sulla possibile presenza di idrocarburi in un’area dello Jonio di circa 4.285 chilometri quadrati. Come si evince dai progetti si prevede di acquisire linee sismiche 3D utilizzando la tecnologia«air gun». Ma proprio questa eventualità non piace all’associazione Mediterraneo No Triv. Per scongiurarla ha inviato una serie di osservazioni ad hoc sollevando la questione dell'incompatibilità della ricerca di idrocarburi con il sistema«air gun», in una zona di mare dove ci sarebbero tonnellate di residui tossici e radioattivi affondati assieme alle navi che li trasportavano.

«Il seppellimento nello Jonio e nel Tirreno di navi cariche di veleni – sottolinea Mediterraneo No Triv - è comprovato da numerose inchieste svolte da varie Procure e commissioni parlamentari». Gli ecologisti temono quello che potrebbe accaderenel tratto di Jonio chiuso tra Calabria, Basilicata e Puglia, considerato che l'ampiezza delle aree interessate dalle prospezioni renderebbe necessario «sparare» onde sonore per un periodo prolungato - che potrebbe raggiungere anche i due mesi - con una potenza di 250 decibel, ad una frequenza di 10 secondi e per 24 ore al giorno. Il rischio è legato alla possibilità che venga colpito un fusto contenente materiale tossico il cui liquido venga poi disperso in mare. Gli effetti potrebbero essere devastanti. Da qui l’assoluta necessità per l’associazione Mediterraneo No Triv di individuare dove si trovano le «navi dei veleni» prima di prendere qualsiasi decisione che possa portare all’autorizzazione di attività industriali nel mare.
A supporto della loro tesi c’è anche un’interrogazione parlamentare sulla materia, presentata di recente da alcuni senatori del movimento Cinque stelle.

Ad incrementare il sospetto degli ambientalisti sulle «navi dei veleni» anche le recenti rivelazioni di alcuni pentiti della ‘ndrangheta calabrese e l’esito dell’ultima perizia medica sulla morte del capitano di corvetta Natale de Grazia che indagava sulle navi affondate nel Mediterraneo. Il militare non sarebbe morto per cause naturali ma per sospetto avvelenamento. Lo chiamavano l'investigatore delle «navi a perdere».
Il «cacciatore di cargo» che venivano imbottiti di rifiuti radioattivi per essere affondati a largo delle coste calabresi, lucane e pugliesi. De Grazia era uno specialista. Comandante della capitaneria di porto di Reggio Calabria, morì misteriosamente in missione il 13 dicembre del '95, dopo aver consumato una cena con due carabinieri. Si pensò a cause naturali, ma oggi viene fuori l’ipotesi di avvelenamento. La notizia arriva dalla Commissione parlamentare sui rifiuti, presieduta dall’onorevole Gaetano Pecorella (Pdl). A lungo si era sospettato che la morte di De Grazia non fosse così «naturale», ma la conferma proveniente dalla perizia del dottor Arcudi, rischia di riaprire l’intero capitolo delle cosiddette «navi a perdere».

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