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POTENZA -Un’occasione persa per la città e per i potentini. E’ con queste parole che si può riassumere lo stato d’animo di Giuseppe Lovito, presidente di «Archidea», la ditta che per due anni si è occupata della gestione del PalaBasento, il palazzetto dello sport in contrada Lavangone. Tremiladuecento posti a sedere, novecento posti auto per una struttura che può accogliere qualsiasi evento: dai concerti musicali, alle partite, a convention e altro. E una storia infinita per il palazzetto che per ora resta chiuso e disponibile a chiunque ne abbia bisogno per organizzare un convegno o altro. Come nel caso della convention dei testimoni di Geova, appena un paio di settimane fa, l’ultima volta che la struttura è stata aperta. Per il resto, il mandato di gestione affidato all’Archidea di Lovito è scaduto ed è lo stesso imprenditore a tirare le somme di questi due anni di esperienza. «È una bella costruzione ma è sovradimensionata e farla funzionare tutti i giorni, ad esempio per gli allenamenti delle squadre locali, costerebbe in realtà troppo visto che anche l’impianto di riscaldamento è ormai obsoleto», spiega Lovito, totalmente scoraggiato da questa esperienza.

E pensare che il PalaBasento doveva essere un fiore all’occhiello per il capoluogo lucano che avrebbe così avuto una struttura funzionale e poliedrica, che ha accolto concerti come quello di Claudio Baglioni, Ligabue e spettacoli comici come «Made in Sud». Già. Grandi spettacoli, ma numeri piccoli. Per il concerto di Baglioni, ad esempio, sono stati venduti 1.850 biglietti, mentre al Palasele di Eboli, per lo stesso tour ne sono stati venduti 4.200. Insomma, qualcosa non funziona. E la colpa sta forse proprio nella vicenda complessa della costruzione del PalaBasento, terminata soltanto nel dicembre del 2012, ma iniziata negli anni novanta. L’opera era stata ideata dalla Comunità Montana Alto Basento e rientrava nella più ampia delocalizzazione a contrada Lavangone dello stadio Viviani. Un posto strategicamente perfetto con la vicinanza della tangenziale e della linea ferroviaria nelle vicinanze, attaccata alla Potenza-Melfi e quindi aperta anche a flussi provenienti dalla Puglia. Più di settemila giorni di lavori per un palazzetto nato vecchio, che andrebbe ora risistemato e che non ha quell’afflusso per il quale era stato progettato. Mancano squadre che giochino in categorie alte, ma qualora ci fossero, i costi per gestire la palestra sarebbero così alti che non ne varrebbe la pena. Del futuro polo sportivo che usufruiva dei finanziamenti della legge 64 del 1986, quella che trasformava la cassa del Mezzogiorno in Agensud, resta ben poco di realmente utilizzabile. E a poco valgono anche gli sforzi dell’attuale amministrazione che ha varato un progetto preliminare per migliorare l’accesso al Polo sportivo stanziando 350 mila euro. Se la struttura si ferma, a poco tutti i lavori di miglioramento esterni saranno un inutile spreco di soldi. Ma come sempre per questa città il problema di fondo è uno: lavorare in prospettiva o accontentarsi di vivere alla giornata? Non è facile indovinare la risposta per una città che ancora non sa come essere capoluogo di regione. O che fa finta di non saperlo.

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