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di Giovanni Rivelli

POTENZA - Lo Stato non rispetta le leggi dello Stato. E non rispetta quelle sentenze emesse in nome dello Stato, al punto da rendere necessario un nuovo giudizio che si conclude con una nuova condanna dello Stato e la nomina di un funzionario dello Stato come commissario ad Acta affinchè un ministero dello Stato adempia alla sentenza.Già fin qui la vicenda è paradossale, ma diventa ancor più amara aggiungendo che la materia del contendere è la vita di una donna che, in una struttura sanitaria pubblica 30 anni fa ha contratto il Virus dell’Epatite C con una trasfusione, ha visto il suo stato peggiorare giorno dopo giorno fino ad accorgersi della malattia nel 2009 ha poi affrontato un lungo iter giudiziario per ottenere il riconoscimento al risarcimento del danno e, dopo che la sentenza è diventata definitiva, si trova a che fare con uno Stato che, senza alcuna motivazione, semplicemente non paga.

La vicenda della signora Maria, la chiameremo così per gli ovvi motivi di tutela della privacy, è di quelle che «lasciano l’amaro in bocca» come dice l’avvocato Dina Sileo che ne ha curato il caso e che segue altri pazienti con la stessa sorte.

La donna nel 1985 viene sottoposta ad un intervento cardiochirurgico presso l’Ospedale San Carlo di Potenza. Sono anni in cui ancora non si ha la consapevolezza dei rischi da trasfusione e non erano stati approntati i testi per il rilevamento degli anticorpi per il virus C dell’epatite virale da effettuarsi sui donatori. Fatto sta che dopo quell’intervento, pur risolvendo i problemi cardiaci, i valori della donna iniziano a sballare. In particolare sono gli esami di laboratorio a mostrare, prelievo dopo prelievo, un costante peggioramento dei valori epatici.

Si va avanti così fino al 2009 quando un nuovo ricovero emerge la positività all’epatite C che viene ricondotta a quella trasfusione effettuata 24 anni prima. Per la signora Maria e la sua famiglia inizia il dramma. Come nel racconto pubblicato sotto, iniziano i timori, cambiano stili di vita e abitudini, si insinua la paura non solo delle conseguenze che la malattia può avere e avere avuto sulla donna, ma anche su un possibile contagio di quanti le sono stati e le stanno vicino.

Intanto partiva l’iter per il riconoscimento dell’indennizzo previsto dalla legge. La donna veniva sottoposta a visita presso commissione medico ospedaliera che accertava il nesso causale tra la trasfusione e il virus e veniva liquidato il primo indennizzo: un assegno mensile di poco più di 500 euro. Ma la donna e i suoi familiari decidono di andare avanti e, assistiti dall’avvocato Sileo, avviano una causa civile per il risarcimento del danno. Così a febbraio del 2014 il Tribunale di Potenza, dopo una nuova perizia che accerta un danno da trasfusione pari a una invalidità del 51%, condannava il Ministero della Salute a pagare 862mila euro. La sentenza, non appellata, diventava definitiva e veniva notificata in formula esecutiva, ma non è arrivato un euro. Così la signora Maria, a gennaio scorso, si è rivolta al Tar chiedendo un provvedimento che imponesse al Ministero di ottemperare alla sentenza e lunedì scorso la sentenza è arrivata. I giudici amministrativi di Potenza ha ordinato al Ministero di effettuare al pagamento entro 60 giorni, diversamente dovrà farlo il Prefetto di Roma in funzione di Commissario ad Acta. Un epilogo che, francamente, sarebbe bene evitare per far sentire questa Italia un po’ più madre di tutti.

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