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di MIMMO SAMMARTINO

C’era una volta Montegrano, il paese che il politologo conservatore americano, Edward C. Banfield, assunse a modello per la sua teoria del «familismo amorale». Quel paese, che Banfield osservò per nove mesi, fra il 1954 e il 1955, esisteva davvero ed era ubicato nella Lucania più interna. Si chiamava – e si chiama – Chiaromonte, in provincia di Potenza. Meno di duemila anime ufficialmente residenti. Un migliaio quelle che effettivamente vivono nel posto. Gli sono stati assegnati una settantina di migranti da ospitare. E ora il paese si divide fra chi vuole accoglierli e chi vuole scacciarli.

Il sindaco ha scritto al ministro Alfano: «Troppi immigrati da noi». Il parroco replica: «È brava gente». Ritorna il tormentone sugli immigrati. Anche nella Basilicata dalle radicate tradizioni di ospitalità. E come poteva essere altrimenti per una terra e una popolazione che, nel corso delle grandi ondate migratorie (da fine '800 al secolo scorso), ha esportato braccia nelle Americhe, in Germania, in Svizzera, nelle miniere del Belgio. Persino in Australia.

Nelle grandi città industriali del Nord Italia, ancora fra la fine degli anni '50 e gli inizi dei '60, comparivano i famigerati cartelli: «Vietato l'ingresso ai cani e ai terroni ». Come possono dimenticare la sofferenza dello sradicamento obbligato e mutarsi essi stessi in coloro che respingono chi ha bisogno? Ci sono due episodi di protesta con qualche intemperanza di pochi facinorosi. Comunque senza alcuna conseguenza per gli abitanti. Gli immigrati (diventati nel frattempo un centinaio) erano esasperati per la mancanza di notizie e i ritardi relativi ai documenti attesi, necessari per poter rimettersi in viaggio e raggiungere familiari e destinazioni desiderate.

Chiaromonte, come qualche settimana fa, Sasso di Castalda (altro centro della provincia di Potenza in cui il sindaco ha chiesto di mandar via i migranti ospitati), si è divisa sulla domanda-tormentone: meglio accoglierli o mandarli via? Ma è davvero questa una opzione possibile o solo la goffa reazione di un mondo incapace di governare l'esodo biblico (reso obbligato da guerre, persecuzioni e miseria) in atto dai Sud del pianeta verso gli approdi della speranza?

D'altronde, Chiaromonte-Montegrano era stato guardato con analogo sospetto, oggi riservato a chi arriva da altri Paesi, proprio dall'americano Banfield. Lo studioso politologo – che collaborò con leader repubblicani come Richard Nixon, Gerald Ford e Ronald Reagan - scrisse il suo testo su «Le basi morali di una società arretrata» («The moral basis of a backward society») che venne pubblicato nel 1958. Fu lì, a Montegrano (Chiaromonte), che gli parve di cogliere i germi e le basi morali di una società arretrata.
Definì «familismo amorale» una concezione estremizzata dei legami familiari. Relazioni intrecciate a discapito della capacità di associarsi. Per Banfield il «familismo amorale » consisteva nel massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia. E ciascuno lo faceva supponendo che tutti gli altri si comportassero allo stesso modo.

Lo studioso americano certamente coglieva un aspetto della vita di quelle comunità, ma probabilmente ne sottovalutava (o glie ne sfuggivano) altri. A cominciare dalla supplenza che proprio la famiglia era stata costretta a svolgere a fronte della latitanza dello Stato, in un lembo di Sud estremo e dimenticato. Talmente senza voce che, con buona pace dei nostri governanti, non poteva neppure permettersi il lusso di essere «piagnone». Lo Stato era presente, sì. Ma per le tasse e per il richiamo della leva. Per la tutela dei diritti, per la sanità, l'istruzione, il lavoro risultava non pervenuto. Storie solo di ieri? Elio Vittorini, che ben conosceva la sua Sicilia, definì quella umanità «il mondo offeso». E «offesa» quell'umanità resta anche oggi. Anche se gli esclusi adesso vengono dal mare. Anche se la loro pelle è di un altro colore.

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