Martedì 18 Settembre 2018 | 23:54

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Fondi lucani del petrolio «Tutti questi soldi senza un programma» 2 mld di occasioni perdute

Fondi lucani del petrolio «Tutti questi soldi senza un programma» 2 mld di occasioni perdute
di LUIGIA IERACE

Quasi due miliardi di euro di royalty versati per la Basilicata, tra Regione, Comuni e Fondo nazionale idrocarburi, ma perché non c’è stato lo sviluppo atteso? Tante concause: dall’estrema parcellizzazione delle risorse, alla grande variabilità nella loro ripartizione anche tra territori molto vicini, alla mancanza di un’accorta e lungimirante politica di gestione.
Continua l’inchiesta della Gazzetta sulla valanga di risorse generate dalle estrazioni petrolifere in Val d’Agri. Ne parliamo con Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, esperto del settore che ha realizzato anche uno studio comparato sulla tassazione di petrolio e gas in Italia, a confronto con la normativa di altri paesi produttori del mondo e ha condotto diversi studi sulla Basilicata.

Negli ultimi 15 anni sono stati erogati alla Regione quasi 1,3 miliardi di euro (143 milioni solo quest’anno), ai 6 Comuni della Val d’Agri ne sono stati erogati 225 milioni, ma la portata di queste risorse è difficile da cogliere, perché? «Purtroppo l’orizzonte di spesa delle royalty è corto, perché breve è il termine elettorale dei politici.Si punta sulla spesa corrente, quella che cattura facili titoli,e non si guarda a una programmazione capace di creare occupazione duratura nonostante si abbia la fortuna di avere davantiun periodomolto lungo di attività legata al settore estrattivo».

Nomisma Energia ha realizzato uno studio proprio sugli effetti delle royalty sui bilanci dei Comuni (si veda altro pezzo in pagina) qual è in sintesi il dato che emerge? «La pressione fiscale è molto bassa a Viggiano e nei Comuni che beneficiano di royalty, ben al di sotto della media nazionale. Questo incrementa il reddito pro capite dei residenti e libera risorse per i consumi. In sostanza, le risorse passano dal sottosuolo al soprasuolo, generandoricchezzache portamaggiorecapacità produttiva locale, se ben indirizzate e efficacemente sostenute. Altri comuni simili, per avere lo stesso livello di spesa, dovrebbero aumentare le tasse di 900 euro per abitante».

Invece, cosa succede in Val d’Agri? «C’è una propensione a spendere molto bassa e il Comune di Viggiano si distingue in tal senso, al contrario di quello di Calvello, dimostrando una difficoltà strutturale e un’incapacità a gestire una gigantesca mole di risorse».

Quanto incidono i vincoli patto di stabilità? «Ho il sospetto, purtroppo, che in molti casi questo sia una scusa per giustificare proprio quell’incapacità progettuale, amministrativa e tecnica che rappresenta uno dei problema di un Sud caratterizzato da grandi contrasti, dalle grandi potenzialità, dalle grandi ricchezze, ma da tante cose negative come l’inefficienza o la lentezza, l’eccesso di burocrazia e anche la forte ostilità contro le politiche industriali».

Parliamo di industria. In 15 anni di attività estrattiva nel giacimento petrolifero più importante d’Europa su terraferma, non è riuscito a svilupparsi quello che poteva diventare il polo industriale dell’on-shore in Val d’Agri, accanto a quello dell’of-fshore di Ravenna? «Molto difficile in un’a re a che non haun trascorsoindustriale e peraltro incontra forti ostilità. Certo, in Val d’Agri è sorto un piccolo distretto, è solo un vagito, ma potrebbe essere molto di più. Il polo di un’industria internazionale con i suoi 2.000 occupati diretti, che arrivano a3.500 tenendo conto anche di quelli indiretti è comunque in crescita ed è su questo bisogna puntare. Ma occorre avere il coraggio di dialogare con gli imprenditori e sentire i loro bisogni, raccordarsi poi con il mondo della scuola, con l’università e con gli enti formativi. Ravenna è un esempio importante dal quale si può imparare tanto. Tuttavia, il processo è avviato e ormai non si torna indietro».

Certo Ravenna ha una lunga tradizione industriale... «Un tessuto imprenditoriale sano che si è sviluppato intorno al petrolchimico che lavora e non ha bisogno di aiuto. E non solo. C’è industria, turismo, cultura, ma anche agricoltura e pesca. Il porto turistico è nato perché c’èunporto industriale. Le navi da crociera, con migliaia di turisti,arrivano accanto alle petroliere. Allora occorre più concretezza e guardare agli imprenditori. Sono loro che danno il lavoro ed è a loro che bisogna chiedere cosa serve».

Il sindaco Cicala dice di guardare invece «a uno sviluppo alternativo al petrolio, innalzando la qualità della vita» e guarda al «turismo estivo e invernale (piste da sci, itinerari della montagna)».
«Il turismo è il vero problema del Sud. Non può fare economia da solo, come non lo fa da nessuna parte al mondo.Contaperil 5% del Pilnazionale, crea lavoro a basso valore aggiunto, stipendi molto bassi e stagionali. Ci sono luoghi bellissimi, ma mancano le infrastrutture e senza un tessuto industriale è difficile che possano essere realizzate e decollare. Anche i luoghi d’arte più importanti nel Paese risentono della crisi del settoreche è sempre stagionale».

Dal turismo ai giovani che si cerca di trattenere investendo in maniera massiccia su teatri tenda, palchi e politiche di «svago», tra spettacoli e concerti, sagre, improbabili reality, impiantistica sportiva (tra le spese più gettonate dai Comuni che beneficiano di royalty) e luoghi di aggregazione. Ma lo svago porta sviluppo? «Bisognaresistere alle tentazioni dei facili consensi e cercareprimadi dare lavoro ai giovani, guardando a tutte quelle occasioni che possono creare occupazione. A Calvello fra il 2007 e il 2012 gli addetti sono passati da 253 a 330, grazie a politiche di promozione dell’occupazione con le royalties. Non c’è teatro che tenga di fronte a nuovi posti di lavoro duraturi nel tempo. Poi sipuò puntare sulla cultura esulturismo. Così sono solo operazioni dannose che sottraggono risorseeconsolidanouna mentalità di sussidio. Chiunque vorrebbe realizzare più musei, più teatri, più luoghi di cultura e di spettacolo, allestire manifestazioni o sagre, ma realisticamente poi dove si prendono le risorse per gestirli. E in Italia abbondano i casi di contenitori vuoti».

Ma il lavoro da dove viene? «È l’eterno dilemma con il mio amico Gian Antonio Stella tra cultura e industria. Io insisto che non sono in conflitto, ma complementari, ci vuole più industria, più turismo e più cultura. Lo dimostra Ravenna con i suoi 8 siti Unesco, con il distretto energetico di rilevanza internazionaleche impiega oltre 5000 addetti che è a 500 metri dalla spiaggia di Marina, unadelle più ambite attualmente. Agricoltura, pesca, turismo e industria estrattiva non solo convivono, ma si aiutano impiegando le stesse strade, gli stessi servizi, gli stessi alberghi. Estremo è il caso delle gite su barche che ogni due ore da Rimini o Ravenna partono per far vedere ai bagnanti le piattaforme, facendogli pagare anche 10 euro di biglietto. Lo dimostra Milano Expo 2015. Non c’è cultura senza industria, dal nord al sud del Paese,da Bolzano che, oltre delle Dolomiti, vive di agricoltura intensiva, di acciaierie e di industria d’avanguardia. La bellissima Siracusa non può costruire la sua economia solo sulle tragedie greche, né Viggiano può pensaredi risolvere i problemi dei giovani realizzando un teatro tenda».

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