Giovedì 06 Agosto 2020 | 11:22

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di LUIGIA IERACE

POTENZA - Due miliardi di euro circa di royalty sulle produzioni di idrocarburi in Basilicata negli ultimi 15 anni (aliquota del 7% più quella del 3%). Cifra alla quale vanno aggiunte le risorse (350 milioni di euro) che la Regione Basilicata ha destinato al Programma Operativo Val d’Agri e tutte le altre somme erogate a vario titolo (tra sponsorizzazioni, manifestazioni e iniziative promosse sul territorio dai grandi player dell’industria estrattiva). Somme queste ultime, praticamente impossibili da quantificare.
Di certo c’è che dal 2001 ad oggi le compagnie petrolifere hanno versato alla Regione Basilicata 1,3 miliardi di euro, mentre ai 6 Comuni dell’area estrattiva (Viggiano, Calvello, Grumento Nova, Marsico Nuovo, Marsicovetere e Montemurro) sono andati oltre 225 milioni di euro. Si aggiungono, poi, le risorse erogate direttamente tramite la «card idrocarburi» ai patentati lucani e quelle ancora bloccate del Fondo nazionale idrocarburi (che complessivamente in 6 anni circa 428 milioni di euro, l’80 per cento circa alla Basilicata).

Parte da questi dati l’inchiesta della Gazzetta a un anno dalla pesante accusa della Corte dei Conti: «Comuni e Regione spendono senza programmazione». Da allora non è cambiato nulla. Del resto, all’Audizione pubblica non c’era la Regione, nè i Comuni maggiormente interessati della Val d’Agri, nè quelli di recente inclusione nel Programma operativo Val d’Agri. Una «bacchettata» agli assenti che hanno continuato ad operare secondo le stesse modalità. E se lo studio si è fermato ai versamenti del 2013, le casse dei Comuni e della Regione sono state rimpinguate da altre royalty, comunque tante nonostante la produzione non sia ancora andata a regime e il crollo del costo del greggio.

La fotografia dell’Umnig (Mise) permette di aggiornare il dato che ha raggiunto i due miliardi, per i quali la «bocciatura» della Corte dei Conti continua ad essere sempre attuale, ma ancora ignorata lasciando aperti tutti i dubbi e le perplessità rilevati in quelle 400 pagine, nelle quali non è potuta entrare nel merito delle scelte delle scelte adottate dagli enti non trascurando di sottolineare che petrolio e fonti energetiche fossili non sono un bene «lucano», ma «risorse energetiche nazionali strategiche» e che le risorse finanziarie generate dall’attività estrattiva «possono essere variabili nel tempo sia perché l’attività estrattiva è condizionata dalla “ricerca” e dalla “coltivazione”, sia perché oscillante può essere l’andamento dei mercati in cui si fissano i prezzi del bene».

Niente di più attuale. Il crollo delle royalty si è visto in fase di assestamento di bilancio. E non resta che constatare che Regione e Comuni continuino a usare il tesoretto per la spesa corrente e non per quella in conto capitale «per investimenti che presuppongono capacità progettuale, amministrativa, tecnica». La nostra inchiesta continua.

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