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I gay contro le quote gay nella Regione Basilicata

I gay contro le quote gay nella Regione Basilicata
di Antonella Inciso

POTENZA - «Non chiediamo le quote arcobaleno ma puntiamo alla democrazia paritaria, cioè la possibilità di avere rappresentanza di genere all’interno degli organi istituzionali in modo da rappresentare tutti i punti di vista. Questa è il passaggio che noi riteniamo essenziale. Anzi nello Statuto regionale non si parla di violenza legata ai diversi orientamenti sessuali invece bisognerebbe farlo, soprattutto nei luoghi di lavoro». Tronca così l’idea circolata, nei giorni scorsi, di inserire nello Statuto un principio di tutela della rappresentanza Antonella Giosa, vice presidente dell’Arcigay Basilicata. Per lei le quota arcobaleno non esistono, esiste piuttosto la «necessità di intervenire per favorire l’inserimento lavorativo e sociale di transessuali, gay, lesbiche e bisessuali che vivono una condizione di esclusione». Insomma, l’indicazione lanciata nel corso di una seduta della Prima commissione consiliare regionale sullo Statuto, viene bocciata dalla stessa associazione. E molto probabilmente finirà nel nulla, in un confronto, anche acceso, senza conseguenze. Nello Statuto della Regione Basilicata, quindi, di certo di parlerà solo di «quote rose», sancite da un principio generico che apre alla rappresentanza di genere.

Chiarita la rappresentanza, ad essere stabilita, nella «Magna Charta» regionale è anche l’incompatibilità tra la carica di assessore regionale e quella di consigliere.

Alla Provincia di Potenza e Matera, infatti, per essere nominati assessori i consiglieri dovevano dimettersi. Nei comuni al di sopra dei 15mila abitanti, tra cui i due capoluoghi ed i comuni più grandi, devono ancora oggi fare lo stesso. E sempre questa prassi è fatta propria dai Consigli regionali di altri territori. In Basilicata, invece, l’incompatibilità entrerà in vigore solo dal prossimo Consiglio regionale.

Ossia dal 2018, nel frattempo sino a quando il nuovo Consiglio sarà approvato, gli attuali consiglieri regionali che diventano assessori non dovranno dimettersi. Resteranno consiglieri e, ipoteticamente, se il presidente, per un motivo o per un altro, dovesse decidere di revocare loro l’incarico, torneranno a sedere ed a votare tra i banchi del Consiglio. L’incompatibilità evidente tra i due ruoli (ratificata per comuni e Province dal Testo unico sugli enti locali) per il momento non sarà sancita. Invece, sarà ratificata in un articolo di legge dello Statuto per il futuro. Una norma che stabilirà che l’assessore che svolge un ruolo di governo e di attuazione degli indirizzi politici, è incompatibile con la carica di consigliere, che deve svolgere un ruolo di indirizzo politico e di controllo. In poche parole, il Consiglio regionale fissa gli obiettivi, la Giunta regionale li esegue e, dalla prossima legislatura, il consigliere che stabilirà i programmi non potrà essere più quello che li esegue (ossia l’assessore) se non si dimette. Di qui alla fine della legislatura, però, il consigliere che viene chiamato a fare l’assessore non dovrà lasciare lo scranno e non verrà sostituito dal primo dei non eletti. Avrà, invece, la possibilità di tornare sul suo scranno non appena le condizioni per l’incarico assessorile saranno superate. Questo, però, tranne in un caso: che sia il partito a chiedere al prossimo assessore le dimissioni. Aspetto che nel Centrosinistra sono in molti ad ipotizzare qualora non dovesse essere ratificata dalle norme (solo per questa legislatura) l’ipotesi di sospensione del consigliere nominato assessore e l’ingresso in Consiglio del primo dei non eletti.

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