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La sfida lucana Smaltiremo i rifiuti usando l'acqua

La sfida lucana Smaltiremo i rifiuti usando l'acqua
POTENZA - Smaltire rifiuti organici senza utilizzare le discariche ma attraverso camere di acciaio in cui entrano acque reflue (sporche) e da cui fuoriescono materie prime completamente riciclabili, come vapore e sali minerali. L'idea progettuale, presentata in anteprima all'Università della Basilicata nel corso della due giorni internazionale su «Uso e riuso delle acque», utilizza lo stato supercritico dell'acqua, sottoposta a condizioni estreme e cioè compressa con una pressione di oltre 200 atmosfere e riscaldata oltre i 373 gradi centigradi. In questo ambiente, se l'acqua viene mescolata a materiali organici, avviene una reazione chimica chiamata ossidazione, una sorta di combustione senza fiamme, e quindi un processo che non genera alcuna sostanza tossica. La reazione dura appena qualche minuto, con la possibilità di generare materie prime secondarie: vapore acqueo (che può essere utilizzato per produrre energia attraverso turbine, riducendo così i costi di gestione dell'impianto) e sali minerali, che possono essere a loro volta riciclati. Impatto zero in ambiente, dunque, e di conseguenza minor fabbisogno di discariche, riduzione dei costi di smaltimento, annullamento della produzione di inquinanti (odori e percolato in discarica o eventuale bruciatura di questi scarti).

«Sì, è una vera rivoluzione in ambito green – conferma con orgoglio il professor Sabino Bufo, docente dell'Università degli Studi della Basilicata, che sull'applicazione della tecnologia in riferimento allo smaltimento dei rifiuti organici è pronto a scommettere tutto -. Ci siamo confrontati con tante altre tecnologie richiamate dalla pubblicistica internazionale e ci siamo convinti che sia davvero il processo vincente. Il piano scientifico, però, non è sufficiente: speriamo che ci sia la sensibilità istituzionale e una buona dose di coraggio, così da poter passare dalla fase sperimentale a quella del mercato».

Tutto nasce dal Progetto Nanowat, che si è incentrato sul riciclo dell'acqua ma ha generato riflessioni ulteriori sull'uso della risorsa idrica. Da qui il focus su una tecnologia esistente da oltre vent'anni ma mai applicata nell'ambito dello smaltimento dei rifiuti organici. Parliamo di quelli provenienti principalmente dagli scarti alimentari di cucina (sia domestici che da mense e ristoranti), dalla gestione dei giardini pubblici e privati (sfalci, potature, foglie) e dai mercati (scarti ortofrutticoli), e che attualmente, purtroppo, finiscono ancora quasi sempre in discarica, con problematiche di tipo ambientale ma anche economico per gli alti costi che ricadono sulle comunità.

«La Basilicata potrebbe diventare un avamposto innovativo a livello internazionale, un esempio virtuoso per tutte le altre sulla gestione e il trattamento dei rifiuti – auspica Bufo -. Questo innescherebbe la nascita di imprese per la costruzione degli impianti, che potrebbero essere poi venduti ad altre regioni o ad altri Paesi, con un'importanza economica straordinaria. La Basilicata è il laboratorio ideale, considerato che ci sono grosse risorse ma spesso non vengono utilizzate al meglio».
Le esperienze presentate nella due giorni potentina sembrano incoraggiare questo auspicio e anzi rilanciarlo, aprendo il ventaglio ad altri mercati. Il professor Alberto Servida, dell'Università di Genova, ha illustrato ad esempio come attraverso l'acqua supercritica si possa inertizzare perfino l'amianto (altro tema di estrema delicatezza in ambito ambientale) mentre John Follin, della General Atomics (da San Diego, California) ha spiegato come la multinazionale americana tratti da anni con questa tecnologia lo smaltimento delle armi nel processo di demilitarizzazione, ammettendo che ci sono ampi spazi di mercato anche per piccole imprese, in questo settore, a patto che si sappiano individuare delle nicchie in cui collocarsi.

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