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Melfi, i clan del Vulture sfruttavano baby pusher in 37 sotto inchiesta

Melfi, i clan del Vulture sfruttavano baby pusher in 37 sotto inchiesta
MELFI - Era il 31 marzo 2015 quando Amerigo Palma, gip del tribunale di Potenza, a seguito di una richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Potenza, emetteva un’ordinanza di applicazione di misure cautelari, in carcere e agli arresti domiciliari, nei confronti di ben trenta persone. Prendeva così corpo e sostanza l’«Operazione Miryam», condotta dalla stazione dei carabinieri di Melfi al termine di una lunga attività di indagine concentratasi su fatti presuntivamente commessi nel distretto del Vulture–Melfese e territori limitrofi nell’anno 2013 e avvalendosi di una copiosa documentazione indiziaria, di elevato profilo probatorio e di piena utilizzabilità processuale anche in prospettiva dibattimentale, frutto di innumerevoli intercettazioni telefoniche e ambientali. Gli organi inquirenti e le competenti autorità investigative erano così riuscite a porre un freno al grave e dilagante fenomeno del traffico di sostanze stupefacenti (hashish e cocaina) che oramai da decenni attanaglia questo territorio.In particolare avevano riscontrato l’esistenza di due vere e proprie organizzazioni malavitose, a carattere quasi interamente familiare, dedite in modo costante e professionale a tale traffico, anche grazie al sostegno di personaggi noti della malavita pugliese, e in grado di garantire agli stessi consumatori un approvvigionamento praticamente continuativo. Da un lato il clan capeggiato da Antonio Gaudiosi detto Tony, nel cui sodalizio criminale assicuravano supporti logistici di vario tipo la moglie Maria Patanella, il cognato Antonio Patanella e Mattia Viglioglia. Dall’altro lato il clan retto dal noto esponente della malavita locale Teodoro Gabriele Barbetta detto lo zingaro, al cui servizio era preposti la moglie Carmelina Maio, il fratello Rocco Barbetta, il suo «alter ego» Mauro Savino e il giovane Arturo Mari, quest’ultimo vero e proprio anello di congiunzione tra le due fazioni criminose.

Da qualche giorno è stata notificata ai protagonisti di questa triste vicenda e ai loro legali l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, emesso dagli uffici della Direzione Distrettuale Antimafia in persona del Sostituto Procuratore della Repubblica Francesco Basentini, la quale ha portato a trentasette il numero delle persone che dovranno affrontare il vaglio del filtro dell’udienza preliminare: Alessandro Amato (32), Aniello Barbetta (23), Rocco Barbetta (42), Teodoro Gabriele Barbetta (38), Andrea Basso (37), Delian Canaj (34), Giovanni Cutolo (56), Mirco Carriero (30), Alessandro Cassotta (27), Antonio Cassotta (21), Alfonso Damiano (35), Michele D’Errico (30), Andrea Di Muro (27), Umberto Di Muro (31), Nicola Fontana (25), Antonio Gaudiosi (33), Michele Gliaschera (32), Addolorata Lotti (38), Rodica Lungu (26), Carmelina Maio (32), Pasquale Mancino (22), Arturo Mari (24), Manuel Morano (20), Maurizio Motta (37), Mauro Nuzzo (27), Antonio Patanella (27), Maria Patanella (31), Tommaso Pietragalla (31), Rigels Karamitro (34), Armando Racioppi (33), Domenico Russo (59), Michele Russo (38), Mauro Savino (25), Fiorino Spadone (38), Michele Tetta (22), Sabatino Tozzi (42), Mattia Viglioglia (20).

La vicenda ha avuto un’eco nazionale anche a causa dell’utilizzo di baby-pusher per distribuire la droga e nascondere le armi. I mini-spacciatori di Melfi erano anche le nuove leve per rimettere in piedi i clan del Vulture, devastati da pentimenti e arresti. Le indagini, lo ricordiamo, sono cominciate nel 2012, con l’arresto di due spacciatori, e sono proseguite fino allo scorso mese di luglio, «con una massiccia attività di controllo - spiegano - anche attraverso le telecamere e le intercettazioni». Il «canale» di approvvigionamento delle armi e della droga (hashish, marijuana e cocaina con un’altissima percentuale di principio attivo) era quello pugliese, anche se al momento non sono emersi collegamenti strutturati tra i due nuovi «clan» lucani – particolarmente «pericolosi», anche con esponenti della famiglia Cassotta (che per gli investigatori è un clan di stampo mafioso) – e quelli della vicina Puglia.

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