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Paga 141 euro all'Inps con 2 giorni di ritardo Otto anni di processi

Paga 141 euro all'Inps con 2 giorni di ritardo Otto anni di processi
POTENZA - Otto anni di travagli, due gradi di giudizio penale e addirittura una condanna in primo grado per aver versato la bellezza di 141 euro di contributi all’Inps con un paio di giorni di ritardo sul termine ultimo previsto. È un vero e proprio calvario quello vissuto da un commerciante potentino, che si è concluso ieri con l’assoluzione pronunciata in Appello dal collegio presieduto da Vincenzo Autera e composto da Pasquale Materi e Alberto Iannuzzi.

I fatti risalgono all’oramai lontano 2007. Nel negozio dell’uomo arrivò una visita degli ispettori del lavoro che rilevarono come, rispetto alla presenza di addetti alla vendita, ci fosse da versare una somma ulteriore di contributi per 141 euro relativamente a 3 mesi di presenza del personale dell’attività commerciale. Una contestazione, insomma, e in questi casi la legge prevede che si sia di fronte all’omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali operate dal datore di lavoro (che effettua trattenute sulle buste paga per poi trasferirle all’ente previdenziale) ma che sia causa di non punibilità il caso in cui il datore di provveda preveda entro tre mesi dalla contestazione o dalla notifica della stessa. al pagamento delle ritenute in questione.
Traducendo dal «legalese», il datore di lavoro è tenuto a pagare i contributi entro i 90 giorni dalla contestazione per non subire alcuna conseguenza. Ed essendo stata effettuata, in questo caso, la notifica il 31 maggio, l’uomo avrebbe dovuto saldare il suo debito entro la fine di agosto. Nel caso in questione, tuttavia, il commerciante pagò l’importo che gli era stato richiesto, ma, vuoi per un errore di calcolo dei giorni, vuoi per una distrazione (complice anche il periodo estivo), il pagamento avvenne in parte (e ciò per la quota relativa a un mese) nei termini, e in parte, i rimanenti due mesi per un totale di 141 euro, un paio di giorni più tardi del termine prefissato: era scattato inesorabile il termine previsto dalla legge 389 del 1989.

Iniziò così la trafila: denuncia, indagini, decreto di citazione e inizio del processo vero e proprio in tribunale. Le udienze hanno così inizio a metà del 2011 e si va avanti fino al 2013 quando c’è cambia il giudicante. Col nuovo giudice si apre il dibattimento e all’udienza dell’anno successivo, siamo ad aprile del 2014, il giudice pronunciava la propria condanna, tenendo anche conto delle attenuanti generiche: 15 giorni di reclusione e 60 euro di multa, disponendo però la conversione della pena detentiva in pena pecuniaria per euro 570, vale a dire che alla fine l’uomo, con una condanna penale avrebbe dovuto pagare 630 euro oltre le spese di giudizio.
L’importo di un piccolo tamponamento di auto, si potrà osservare, ma pur sempre una condanna penale che fa precedente. E così il commerciante ha deciso di ricorrere in appello. Ai giudici di secondo grado, i suoi legali hanno eccepito la mancanza dell’elemento psicologico del reato (e cioè della volontà di commetterlo dato che il ritardo era di pochissimi giorni) e che precedenti di giurisprudenza avrebbero previsto una sorta di sanatoria addirittura per i casi in cui il pagamento interveniva in epoca antecedente al processo. Ancora hanno osservato che pur non essendo stata all’epoca ancora emanata la nuova norma che depenalizzava questo tipo di violazioni, il Parlamento aveva già approvato la relativa delega al governo, per omessi versamenti fino a 10mila euro, esprimendo una chiara volontà dell’org ano legislativo cosa che, nel solco della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo, era riconosciuta come motivo di insussistenza del fatto contestato.

La sentenza di ieri, comunque, è intervenuta dopo che lo scorso 18 aprile è stato promulgato il decreto legislativo oggetto della delega parlamentare. Assoluzione, dunque, per la non punibilità prevista per questioni di lieve entità: fino a 10mila euro. Una soglia ben più alta dei 141 euro tardati un paio di giorni. E che hanno causato una storia di 8 anni, due gradi di giudizio e una condanna in primo grado.

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