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di Fabio Amendolara

POTENZA - «Traffico illecito di rifiuti metallici» lo definisce il capo della Procura di Potenza. Enormi quantitativi di ferro e di rifiuti speciali (2.300 tonnellate nel solo periodo compreso tra ottobre 2013 e marzo 2014) non trattati ma rivenduti come se fossero già pronti da smaltire e, soprattutto, in alcuni casi non dichiarati al fisco, con un «enorme danno ambientale ed economico»: un’azienda di Potenza è stata sequestrata dalla Direzione distrettuale antimafia e dagli investigatori del Corpo forestale dello Stato.

Sette le misure cautelari disposte dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Potenza Rossella Larocca. Due arresti domiciliari: Antonio e Maurizio Pepe, padre e figlio, titolari dello scasso. E cinque obblighi di firma: Michele Romano, Giovanbattista Calace, Sergio Ligrani, Mario Di Tolla, Vito Rotunno.

Le accuse (a vario titolo): «Traffico illecito di rifiuti ferrosi, falso (per aver “taroccato” i formulari di identificazione dei rifiuti e i documenti di trasporto), ricettazione di autoveicoli e metalli ad alto valore aggiunto (rame, ottone e alluminio) frutto di attività illecite anche di gruppi criminali stranieri».

I particolari dell’operazione sono stati illustrati ieri mattina a Potenza, nel corso di una conferenza stampa, dal procuratore Luigi Gay, dal pm antimafia, Francesco Basentini, e dal comandante provinciale di Potenza del Corpo Forestale dello Stato, il primo dirigente Angelo Vita.

Le indagini, anche attraverso intercettazioni telefoniche, ambientali e telecamere nascoste nello scasso di proprietà degli indagati (nell’immediata periferia della città), sono state effettuate tra il mese di ottobre del 2013 e il mese di marzo del 2014, con - spiegano gli investigatori - «almeno 3mila conferimenti abusivi accertati: l’azienda – che disponeva di tutte le autorizzazioni indicate dalla normativa europea e da quella nazionale – raccoglieva materiale ferroso, dal rame alle automobili, per poi rivenderlo senza il trattamento previsto dalle leggi (che veniva però “certificato” in molti casi con documentazione fittizia) e a volte in nero, come accadeva per i pezzi di ricambio delle autovetture».

Una parte di rifiuti ferrosi, hanno ricostruito gli investigatori del Corpo forestale dello Stato, sarebbe andata anche allo stabilimento delle Ferriere Nord di Potenza, anche se in questo caso il materiale veniva acquisito con le certificazioni di trattamento, quindi «pulito» per gli acquirenti, e non risultano indagati tra i dirigenti dello stabilimento (in una consulenza tecnica di un’altra inchiesta però viene stabilito che qualche rifiuto non ferroso potrebbe essere finito nei forni della Siderpotenza).

Il Corpo forestale ha anche ritrovato nell’azienda sequestrata circa 500 automobili da rottamare (solo 29, però, erano regolari) con 276 targhe sequestrate da veicoli di cui al momento non risulta alcuna traccia.

È stato anche disposto il sequestro di sei automezzi meccanici utilizzati per il recupero dei rifiuti: «Consideriamo una priorità – ha detto il procuratore Gay - la tutela ambientale, oltre che una delle emergenze per queste aree, e pertanto riteniamo fondamentale e preziosa l’attività della Forestale e di tutti quei nuclei impegnati nel controllo e nella difesa del territorio: sono corpi specializzati necessari a scoprire e debellare casi come questo». I controlli «insistenti» del Corpo forestale, sempre a Potenza, hanno portato al sequestro di un altro scasso. I due arrestati sono ora a disposizione dell’autorità giudiziaria per l’interrogatorio di garanzia.

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