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POTENZA - Una lettera è rimasta nell’appartamento del parroco, al secondo piano della chiesa della Trinità di Potenza, per 17 anni. Come Elisa. Anche lei è rimasta per 17 anni chiusa in quella chiesa, ma nel sottotetto. Il giorno del ritrovamento dei resti di Elisa è stata trovata anche la lettera. Su un foglio beige manoscritto, indirizzato alla famiglia Claps, c’erano poche parole mai arrivate alla famiglia Claps. «Noi non sappiamo nulla di quella lettera», conferma Gildo Claps, fratello di Elisa
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Omicidio Claps Spunta una lettera di don Mimì
di FABIO AMENDOLARA

POTENZA - Una lettera è rimasta nell’appartamento del parroco, al secondo piano della chiesa della Trinità di Potenza, per 17 anni. Come Elisa. Anche lei è rimasta per 17 anni chiusa in quella chiesa, ma nel sottotetto. Il giorno del ritrovamento dei resti di Elisa è stata trovata anche la lettera. Come se i due ritrovamenti fossero in qualche modo legati l’uno all’altro dal destino. Su un foglio beige manoscritto, indirizzato alla famiglia Claps, c’erano poche parole impresse con grafia d’altri tempi e inchiostro nero. Frasi di circostanza e un particolare che lasciava intendere che Elisa era andata via. Che si era allontanata di sua volontà. E invece era proprio lì. In quella chiesa. Nel sottotetto. poco più sopra dell’appartamento in cui è stata conservata quella lettera rivolta alla famiglia Claps, ma mai spedita. In basso, sulla destra, una sigla: «D. S.».

Gli investigatori hanno sospettato subito di lui. Del parroco. E lo hanno scritto: «Verosimilmente è una lettera di don Domenico Sabìa, conosciuto da tutti come don Mimì». La grafia - sono le valutazioni fatte dagli investigatori durante la repertazione del documento - è la stessa di quella impressa sull’agenda personale del parroco e sulle ricevute dei pagamenti per le piccole spese che il sacerdote conservava in Canonica. La segnalazione della Squadra mobile di Potenza - all’epoca diretta dal vicequestore aggiunto Barbara Strappato - è arrivata poco dopo in Procura a Salerno. Ma, a quanto pare, non è finita tra gli atti dell’in - chiesta. Né tra quelli del processo.

«Noi non sappiamo nulla di quella lettera», conferma Gildo Claps, fratello di Elisa. E aggiunge: «Non ne siamo mai stati informati». Era un particolare irrilevante? La data: «19 settembre 1993». Elisa era stata uccisa da una settimana. In quel momento però in città a Potenza tutti sapevano che era solo scomparsa. Tutti tranne Danilo Restivo che, per la giustizia, è l’assassino. E, forse, tranne chi l’ha aiutato a restare nell’ombra per 17 anni. Gli uomini che hanno fornito «le coperture» denunciate da anni dalla famiglia Claps e che ormai non sta cercando più nessuno. Gli investigatori hanno provato a capire se quella lettera, diventata un reperto giudiziario, fosse in qualche modo collegata alla morte di Elisa. E hanno ricostruito gli spostamenti di don Mimì che proprio il pomeriggio di quel 12 settembre era partito per Fiuggi. Il viaggio per le terme era prenotato da tempo. Ma don Mimì era dovuto tornare di corsa a Potenza il 16 per la convocazione in Questura. Disse velocemente di non conoscere Elisa, di conoscere appena Danilo e di non essersi accorto di nulla quella domenica mattina (confermò gli stessi particolari successivamente durante il processo per la falsa testimonianza di Restivo).

Don Mimì sarebbe poi ripartito il 17 per completare le terme e avrebbe fatto rientro a Potenza il 24. Quando scrisse la lettera indirizzata ai Claps, quindi, era a Fiuggi. Il sacerdote potrebbe anche averla scritta successivamente, retro-datandola al 19 settembre. E anche se l’ipotesi del depistaggio è la prima che è venuta in mente a chi ha potuto leggere il documento, è difficile credere che in realtà quella lettera fosse rivolta a chi l’avrebbe trovata successivamente. Ma perché impegnarsi a scrivere una lettera per poi non spedirla? E perché conservarla per tutto quel tempo? Sono domande a cui - dopo 21 anni - sarà difficile rispondere.

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