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La ferrovia di Lagonegro dove il tempo si è fermato

di RENATO CANTORE
Sessant'anni fa la ferrovia Lagonegro-Sicignano: i pendolari chiesero allo Stato di migliorare il servizio, aumentare il numero dei treni o, in alternativa, di creare una linea bus a costo zero per lo Stato. Ma da Roma arrivò la risposta negativa perché, si disse, che il pullman avrebbe fatto concorrenza alla ferrovia. Il problema fu risolto alla radice, sopprimendo la linea ferrata. Morale della favola: da allora a oggi per i lucani non è cambiato nulla sul fronte dei trasporti.
La ferrovia di Lagonegro dove il tempo si è fermato
di RENATO CANTORE

Roma, 1 giugno 1950. Seduta pomeridiana alla Camera dei Deputati. Il presidente Giovanni Gronchi dà la parola all’onorevole Michele Marotta perché illustri un ordine del giorno sui trasporti in Basilicata.

Trentasette anni, una laurea in economia, nativo di Trecchina, Marotta è un democristiano timorato di Dio e rispettoso del potere costituito, ma stavolta proprio non ce la fa ad essere ossequioso verso un governo – per la cronaca il sesto De Gasperi – che sembra ignorare oltre ogni misura le esigenze dei trasporti nella sua regione, che è certamente «la meno provvista di automezzi e anche la più povera di linee ferroviarie».

Sui banchi del governo siedono il ministro dei trasporti Ludovico D’Aragona, un vecchio socialdemocratico lombardo dalla lunghissima barba bianca, e un giovane sottosegretario dai capelli neri, il siciliano Bernardo Mattarella, padre di Piersanti, che sarà assassinato dalla mafia, e di Sergio, oggi giudice costituzionale.

Marotta non è tipo da attaccare a testa bassa, anche se di argomenti «forti» ne avrebbe in abbondanza. E allora sceglie l’arma sottile dell’ironia.

Le necessità della regione lucana in materia di trasporti – spiega – sono tali e tante che sarebbe impossibile parlarne esaurientemente nel breve tempo a disposizione. E del resto il Governo ne è ampiamente a conoscenza, avendo assicurato più volte, a parole, il suo intervento.

E allora, non parliamo del fatto che sulla Battipaglia-Taranto, a sei anni dal disastro della galleria delle Armi che costò la vita di oltre cinquecento viaggiatori, continuino a circolare le vecchie locomotive a vapore; lasciamo perdere per ora l’annosa richiesta di una revisione degli orari; diamo per scontato che aspettiamo da anni l’immissione di nuovi treni, più volte promessa.

Vogliamo provare con un problema piccolo piccolo? Hai visto mai che almeno questo riusciamo a risolverlo?

E come possiamo raccontarlo, questo problema che, nel suo piccolo, rappresenta il paradigma di uno Stato che a volte sa essere sordo e cieco a dispetto dell’evidenza e del buon senso? Come possiamo farci capire?

Proviamo – pensa Marotta – come si fa con i bambini.

E, tra lo stupore dei colleghi deputati, attacca: «C’era una volta…».

viaggio C’era una volta una vasta zona del nostro Paese che comprendeva una trentina di comuni, i comuni più poveri della più misera regione d’Italia. Facevano tutti capo alla stazione di Lagonegro, e per raggiungerla i viaggiatori dovevano fare un lungo viaggio. Dovevano levarsi prima dell’alba e servirsi, taluni, di servizi automobilistici sino a Lagonegro, altri delle ferrovie calabro-lucane, altrimenti dette calabro-lumache, altri infine dovevano percorrere prima lunghi tratti a piedi, poi servirsi dell’autolinea, poi infine delle calabro-lucane.

Così, dai tanti comuni, giungevano alla stazione di Lagonegro nelle prime ore del mattino, dalle 8 alle 10, e lì dovevano attendere 4 o 5 ore – dico 4 o 5 ore! – per prendere il primo treno in partenza per Sicignano. Giunti a questa stazione, i pochi che potevano pagare il biglietto di seconda attendevano soltanto 20 minuti, e così, dopo un altro cambio a Salerno, giungevano a Napoli alle 19, dopo oltre 12 ore dalla partenza da casa. Gli altri, i più poveri e numerosi, a Sicignano dovevano attendere un’ora e a Napoli giungevano dopo le 20, impiegando complessivamente circa 14 ore per compiere un percorso che altrove si fa in non più di 5 ore.

Non viaggiavano certo per diporto, quei buoni cittadini di quei poveri paesi. Non ne avevano i mezzi e, se anche li avessero avuti, avrebbero scelto naturalmente un diporto meno faticoso. Essi si muovevano per necessità: erano ammalati, piccoli commercianti, studenti. E siccome erano tutti buoni cittadini che lavoravano, pagavano le tasse, prestavano il servizio militare e quando glielo ordinavano facevano pure la guerra, un bel giorno, sicuri del loro buon diritto, si decisero a chiedere un miglioramento dei servizi e l’istituzione di qualche nuovo treno.

Ma il ministero dei trasporti, continua il racconto di Marotta, rispose di non poterli accontentare «per mancanza di materiale». In seguito, forse, si vedrà…

E i buoni cittadini lucani attesero pazientemente.

Talvolta quei buoni villici apprendevano dai giornali (che a loro giungevano con vari giorni di ritardo) che si intensificavano le corse sulle altre linee, che si stavano istituendo dei treni-lampo, che gli elicotteri si posavano sul ministero dell’Agricoltura. Ma essi non credevano che tutte queste cose si realizzassero con quattrini dello Stato: era tanto povero lo Stato italiano, così povero da non poter dare loro un misero treno! E soffrivano in silenzio, senza agitarsi, senza protestare, senza sdraiarsi sui binari. Qualche ammalato moriva perché non si faceva in tempo a portarlo in clinica, ma cosa si poteva fare? Il ministero dei trasporti non aveva materiale!

Finché un ben giorno qualcuno propose di istituire un’autolinea Rotonda-Napoli: un pullman acquistato da privati, senza nessuna spesa a carico del povero Stato. Mancava un piccolo dettaglio: il permesso del ministero dei trasporti.

E così – continua il racconto di Marotta ai colleghi deputati – quei buoni cittadini scrissero di nuovo: «badate, voi non siete in grado di darci dei treni migliori perché vi manca quel benedetto materiale. Ora noi siamo riusciti a procurarci un autobus: è piccolo, è insufficiente, ma per ora ci arrangeremo. Ci manca solo il vostro permesso. Datecelo!».

Godevano nell’attesa, quei buoni provinciali ingenui e fiduciosi, godevano pensando alla gioia dei funzionari del Ministero, che avevano sempre detto di essere sinceramente dolenti di non poter aderire alle loro richieste. Poveretti, pensavano i cittadini lucani, chissà quanto avranno sofferto non potendoci accontentare. Ora finalmente saranno felici.

E invece… invece l’ispettorato compartimentale dette risposta sfavorevole. Non è possibile, pensarono i cittadini, dev’esserci un errore. E fecero ricorso alla commissione di Napoli, che accolse la loro richiesta. Tutto finito? Neanche per idea. Ora la parola passava al ministero. E il ministero, incredibilmente, rispose di no. Con una motivazione che sembra scritta da un inguaribile barzellettiere: «Perché l’autolinea avrebbe fatto concorrenza alla ferrovia Sicignano-Lagonegro».

Si osservò – commenta il nostro deputato – che non ci poteva essere concorrenza per delle ferrovie senza treni, si osservò che in tutta Italia si facevano funzionarie tante autolinee parallele a linee ferroviarie ben più efficienti, si presentarono tante altre ragioni, ma non ci fu verso: la commissione fu irremovibile.

 Ci fu allora qualcuno che pensò di chiedere al ministero la soppressione della linea ferroviaria: toglietela del tutto, così potremo viaggiare in auto! Ma i più vecchi, sempre saggi e prudenti, dissero che non stava bene mancare di rispetto al ministero, e consigliarono un altro tentativo. Essi erano convinti che vi fosse qualche loro nemico annidato negli uffici; qualcuno, più superstizioso, riteneva addirittura che si trattasse di uno spirito maligno. E siccome sapevano che vi era un Ministro dei trasporti che poteva comandare a tutti i funzionari, pensarono di rivolgersi a lui e pregarono un loro amico deputato di parlargli.

Ed io – conclude il deputato di Trecchina – stasera ho assolto l’incarico. A questo punto la favola si interrompe. Ma mi auguro che i nonni di quei paesi, raccontandola ai loro nipotini, possano concluderla così: «Il ministro con la lunga barba bianca e il sottosegretario giovane e bruno molto si dispiacquero, sgridarono i funzionari cattivi e ordinarono che si autorizzasse subito l’autolinea Rotonda-Napoli».

Fin qui le cronache parlamentari. Ora, noi non sappiamo se e quando arrivò la tanto agognata autorizzazione. Quello che sappiamo di sicuro è che il problema è stato risolto alla radice, chiudendo la ferrovia Lagonegro-Sicignano. E sono tanti i segnali che ci confermano in un’altra certezza: che lo spirito maligno anti-Basilicata continui ad aggirarsi indisturbato nelle austere stanze del ministero dei trasporti.

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