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POTENZA - L’Università della Basilicata, insieme a quella dell’Aquila, ha il primato degli studenti fuori corso (53,3% del totale). Percentuali alte seguite da una marea di atenei del Sud nelle medesime condizioni: Cagliari (51,3%), Catania (50,8%). In mezzo alla pattuglia di meridionali si è infilata la sola università di Pisa (49,1% di fuori corso). Sul fronte opposto c’è lo Iuav di Venezia (28,4%) e il Politecnico di Milano (28,7%). Fin qui potremmo fermarci a un’analisi degli iscritti, alle condizioni di accesso allo studio, alle motivazioni, ai meriti in un fenomeno che in tutta Italia non pare risparmiare - seppur con diverso peso - nessuna realtà. Basti pensare che negli ultimi dieci anni soltanto nell’anno accademico 2007-2008 la quota di iscritti in regola ha superato il 60 per cento, per ridiscendere repentinamente a una media del 58,9 per cento (2011-2012) che, in numeri, significa circa 700 mila studenti fuori corso.

Il fatto è che, sulla base di questo parametro, si condizionerà il finanziamento agli atenei. Con l’arrivo dei cosiddetti «costi standard per studente», in attuazione della riforma Gelmini, si dovrebbe definire i finanziamenti: si dovrà tener conto dei corsi e del numero dei docenti, delle attività aggiuntive, dei servizi offerti. Ma il tutto verrà calcolato solo in funzione degli studenti in corso. I «fuori corso» saranno fantasmi. E sarà un fattore che peserà visto che quest’anno i «costi standard» dovrebbero riguardare circa un 20% della quota base del fondo ordinario. Ma gradualmente il loro peso aumenterà fino a raggiungere il 100% del fondo base.

Il rettore uscente dell’Unibas, Mauro Forentino (ieri è stato il suo ultimo giorno di rettorato), non nasconde il proprio stupore: «Non si capisce perché, in una socirtà in grande trasformazione, dovrebbe essere assunto come parametro essenziale di valutazione quello dei fuori-corso e non invece i risultati finali. Ad esempio, quanto emerge dalla banca dati Almalaurea dove le distanze fra Nord e Sud sui laureati si riducono notevolmente. Tanto più che il dato che pesa maggiormente sui tempi di durata per il conseguimento della laurea è soprattutto quello dell’avvio. La partenza lenta che spesso è determinata da incertezze, indecisioni. Ad esempio, come accade all’Unibas, da parte di tanti ragazzi che recuperiamo agli studi. Studenti che, se non avessero trovato una università sul nostro territorio, avrebbero rinunciato alla laurea, per motivi economici, sociali... Ebbene noi svolgiamo una funzione importante di recupero e questo, invece di essere premiato, viene addirittura punito con la sottrazione di fondi. È assurdo».

Resta la critica di fondo che Fiorentino ha rivolto alle politiche sull’università dei vari governi: «Tutti i parametri di valutazione individuati sono assolutamente punitivi per le realtà del Mezzogiorno, le cui realtà di contesto sono disconosciute. Il ministro ci ha tra l’altro assicurato, nei giorni scorsi, che i dati non sono definitivi. E la Conferenza dei rettori ha ribadito ha sollecitato il governo a considerare i fattori contesto socio-economico come elementi correttivi. Ma non sappiamo di più».

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