Sabato 23 Marzo 2019 | 21:43

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Ritorna in Basilicata il fantasma delle scorie

di PIERO MIOLLA
SCANZANO - L’amministratore delegato della Sogin, Riccardo Casale, torna a parlare del sito unico nucleare e inserisce la Basilicata tra le aree idonee ad ospitarlo. «A gennaio – ha precisato Casale - presenteremo la lista ad Ispra ed ai ministeri dell’Economia e dell’Ambiente». Scanzano dovrebbe essere fuori, visto che il sito nazionale dovrà essere lontano almeno 10 chilometri dalle coste marine. Ma la Basilicata è in «nomination»
Ritorna in Basilicata il fantasma delle scorie
di PIERO MIOLLA

SCANZANO - «La Basilicata è una delle regioni dove si concentra la maggior parte delle zone adatte» per lo stoccaggio delle scorie nucleari. È bastata questa frase, contenuta in un’intervista rilasciata dall’amministratore delegato della Sogin, Riccardo Casale, al settimanale «Panorama» per far nuovamente salire il timore che la nostra regione possa essere prescelta, suo malgrado, come pattumiera nucleare del Bel Paese.

Questa volta non ci potrà essere una nuova Scanzano: Casale, al riguardo, è stato molto chiaro: «Scanzano è stato un episodio infelice soprattutto dal punto di vista comunicativo. Vogliamo cambiare rotta costruendo consenso, informando. Non è più possibile tergiversare. I tempi sono strettissimi: oggi i nostri rifiuti sono in parte custoditi nei vecchi impianti nazionali, che ci costano parecchi milioni l’anno e necessitano di manutenzioni continue, e in parte all’estero». Tradotto in soldoni vuol dire che questa volta, una volta ed individuato il sito, non si tornerà indietro.

Per l’ad di Sogin, però, non è solo la Basilicata ad essere idonea: «Ci sono anche Puglia, Lazio e Toscana, ma aree anche al Nord e nelle isole: una questione non marginale sarà quella del trasporto dei rifiuti, costosissimo». La Sogin, nata nel ‘99 per smaltire le scorie, che in Basilicata gestisce, non senza lati oscuri, l’impianto dell’Enea di Rotondella, sta mappando i luoghi idonei. «A gennaio – ha precisato Casale - presenteremo la lista ad Ispra ed ai ministeri dell’Economia e dell’Ambiente: macroaree che possono includere anche mezza provincia, non confini geografico-amministrativi».

Uno studio che darà vita al famigerato deposito unico di scorie radioattive: sul tema la fretta incombe perché Bruxelles non ammette ritardi. Entro il 2025 l’Italia dovrà dotarsi di un sito adatto a custodire i 90mila metri cubi di rifiuti radioattivi prodotti da ricerca scientifica, medicina, industria e, soprattutto dalla chiusura degli impianti nazionali, avvenuti ormai all’incirca una trentina di anni fa. Le linee guida che l’Ispra ha elaborato per la scelta del sito, però, fanno ritenere che, in realtà, la nostra regione dovrebbe rimanerne fuori: l’area, infatti, dovrà essere sismicamente stabile, lontana da dighe e falde acquifere, al di fuori di aree naturali protette, ad almeno 10 chilometri da coste marine e grandi città. Elementi che in larga parte dunque, rendono la nostra regione non idonea: è sismica, ha tante dighe ed aree protette, anche se non ha grandi città. Scanzano dovrebbe essere fuori, visto che il sito nazionale dovrà essere lontano almeno 10 chilometri dalle coste marine.

Basteranno queste caratteristiche morfologiche della Lucania ad evitare il disastro? O dovremo rassegnarci ad essere considerati terra, magari non idonea ad ospitare la monnezza radioattiva, ma composta da «quattro comitatini» e, per questo, oggetto di continuo stupro?

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