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POTENZA - Monsignor Superbo, incalzato dalle domande del pm sulla bizzarra ricostruzione, ha detto alzando la voce: «Avete diritto di non crederci, ma questa è l’unica verità». E allora quella telefonata di don Wagno? Dice Superbo: «Io non ricordo. Fu don Wagno a dirmi che la chiamata risaliva a gennaio». Un momento dopo la telefonata si sposta a febbraio («ho consultato la mia agenda», dice il vescovo). In realtà quella telefonata non c’è
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POTENZA - Un uomo scuro in volto e vestito completamente di nero esce dall’aula. Pochi secondi dopo un uomo sorridente vestito di nero entra in aula con la sua agenda. Il primo è Gildo Claps, fratello di Elisa, la ragazza scomparsa e uccisa il 12 settembre del 1993 e i cui resti sono stati ritrovati ufficialmente il 17 marzo del 2010. Il secondo è il vescovo di Potenza - ex vicepresidente della Conferenza episcopale italiana - monsignor Agostino Superbo. Entrambi sono testimoni del processo sul ritrovamento dei resti di Elisa nel sottotetto della chiesa della Trinità di Potenza. Imputate - per falsa testimonianza - sono le signore delle pulizie Margherita Santarsiero e Annalisa Lovito.

Gildo ha ricordato i 17 anni di agonia per la famiglia Claps. Anno dopo anno. Passo dopo passo. Il vescovo ha ricordato, raccontato, contestato, precisato. E alla fine il pubblico ministero Laura Triassi si è riservato - «all’esito delle altre testimonianze » - di chiedere la trasmissione del verbale in Procura, dopo aver rilevato alcune incongruenze nelle parole di Superbo, in riferimento alla telefonata che l’arcive - scovo sostiene di aver ricevuto dal viceparroco della Trinità, il sacerdote brasiliano don Wagno Oliveira E‘ Silva, che gli disse di aver visto «un cranio» nel sottotetto. Il vescovo ha sempre detto di aver capito «un ucraino».

L’UNICA VERITÀ - Monsignor Superbo, incalzato dalle domande del pm sulla bizzarra ricostruzione, ha detto alzando la voce: «Avete diritto di non crederci, ma questa è l’unica verità». E allora quella telefonata di don Wagno? Dice Superbo: «Io non ricordo. Fu don Wagno a dirmi che la chiamata risaliva a gennaio». Un momento dopo la telefonata si sposta a febbraio («ho consultato la mia agenda», dice il vescovo). In realtà quella telefonata non c’è. Perché dai tabulati telefonici non risulta. «Erano telefonate mute», precisa il vescovo. Tabulati alla mano, però - come fa emergere il difensore delle due colf, l’av - vocato Maria Bamundo - quelle chiamate di Wagno sono il frutto della fantasia di qualcuno.

LA SFIDA - «Non ho mai avuto notizia del ritrovamento prima del 17 marzo e sfido chiunque a dimostrare il contrario», sbotta il vescovo. «E allora sfidame», grida dal fondo dell’aula la mamma di Elisa, Filomena Iemma.

I LAVORI IN CHIESA - Tra le contraddizioni c’è quella sui lavori in chiesa. Dice Superbo: «Il vescovo non si occupa dei lavori di manutenzione». Poi però sostiene di aver chiamato l’impresa per sollecitare un sopralluogo. «Io non ero mai entrato in quella chiesa, se non per verificare l’infiltrazione d’acqua (quella che per la famiglia Claps è stata la scusa per chiamare gli operai e far ritrovare Elisa, ndr)», ribadisce. Poi ricorda addirittura «che c’era una lapide per i caduti sulla sinistra dell’altare».

TRE NUMERI DI TELEFONO - Dopo quasi tre ore di esame comincia il controesame. Tocca al difensore di parte civile, l’avvocato Giuliana Scarpetta: «Monsignor Superbo, lei quante schede telefoniche possiede?». Risposta: «Due». Ma c’era una terza scheda che usava in quel periodo. E che viene scoperta dalla polizia. Venne intercettata anche quella. E lì la polizia captò una telefonata tra il vescovo e don Wagno: «Devo far vedere all’avvocato quella cosa?». Il vescovo chiarisce: «Quella cosa era la relazione che don Wagno doveva mandare alla Cei». L’avvocato: «Ma perché definirla “quella cosa”? È una relazione». Il vescovo: «Ma don Wagno si esprime così». Poi si corregge: «Si esprimeva così». Perché quella precisazione? Forse perché don Wagno verrà sentito in aula e quindi la versione ufficiale secondo cui «il sacerdote brasiliano non si fa capire» potrebbe vacillare? Fatto sta che la versione del vescovo resta questa: Wagno lo chiamò mentre era a Roma annunciando qualcosa di importante da riferire. Il vescovo disse che ne avrebbero parlato al suo rientro a Potenza. «Non parlo mai di cose importanti a telefono», precisa. E quando ha capito che don Wagno non aveva detto tutto l’ha invitato a parlare subito con la polizia. Il giorno dopo annuncia una conferenza stampa congiunta con il questore. «Fu la dottoressa Barbara Strappato (all’epoca capo della Squadra mobile, ndr) a dirmi che non ci sarebbe stata alcuna conferenza stampa». In realtà fu il capo di gabinetto Giuseppe Persano. Ma perché convocare una conferenza stampa con la polizia? Dice il vescovo: «Per far capire che noi e la polizia andavamo nella stessa direzione, quella della ricerca della verità ».

«NON L’HO MAI DETTO» - Ma la telefonata con don Wagno c’è stata o non c’è stata? Al pm di Salerno il vescovo disse: «Quando incontrai Wagno dopo il ritrovamento capii cosa voleva dirmi in quella telefonata». La contestazione è dell’avvocato Scarpetta. Il vescovo salta sulla sedia: «Non l’ho mai detto». Il verbale però porta la sua firma e con molta probabilità c’è anche una registrazione. Come per la deposizione di ieri. Il pm lo ricorda al vescovo un paio di volte. Ora il magistrato le riascolterà per valutare l’attendibilità del testimone.

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