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Basilicata Positiva: «Delusi dal presidente Bardi, cambiamento non attuato»

Chiesto lo scioglimento del gruppo regionale e il ritiro del logo

«Delusi dal presidente Bardi, cambiamento non attuato»

Rivendica un contributo prioritario e determinante nella paternità della candidatura di Vito Bardi. L’ha portato per mano in Basilicata quando ancora il centrodestra navigava in alto mare sulla scelta del nome da proporre come governatore lucano. Incontri, strette di mano, riunioni per far conoscere il generale, convincere la «base» di un elettorato sfiancato da decenni di guida del centrosinistra che Bardi poteva essere l’uomo del cambiamento. Quello vero.

Roberto Robilotta, ingegnere potentino, coordinatore regionale di «Basilicata positiva», fondatore dell’associazione «La Quinta porta», con la stessa forza e lo stesso impegno con cui proponeva il generale come «presidente della svolta», oggi rileva che sono state disattese tutte le aspettative. Non usa giri di parole nel dire che Bardi lo ha deluso profondamente, «sentimento - dice - condiviso da una larga parte della base che lo ha sostenuto», ritenendo che abbia tradito la «mission» della sua stessa candidatura, quella di modificare assetti e uomini di un sistema politico lucano cristallizzato, frutto del consociativismo.

Insomma, ritiene che non sia cambiato nulla rispetto al passato?

«Sono i fatti a dirlo. Ai posti di comando ci sono sempre le stesse persone, legate al Pd e al centrosinistra che hanno portato la Basilicata in queste condizioni. Dopo trent’anni c’eravamo illusi di aver spazzato via il Pd. Ricordo che Bardi, non appena insediatosi, chiese le dimissioni di chi era espressione di quell’ambito politico per evitargli di dover usare le maniere forti con il defenestramento. Parole al vento. Né dimissioni, né rimozioni, il management è rimasto inalterato».

Mi faccia fare l’avvocato del diavolo. Ma non è che lei reagisce in questo modo perché ambiva a entrare nei posti di comando e Bardi l’ha ignorata?

«Francamente non ci sarebbe stato nulla di illegittimo o di anomalo per chi si è speso, come noi, per l’elezione di questo presidente e per questo cambio di passo. Sarebbe stato il minimo sindacale proseguire il progetto di cambiamento partecipando alla vita politica e amministrativa della Regione, considerando peraltro le diverse qualità e competenze che molti di noi avrebbero potuto esprimere. Ogni nostro discorso era improntato sulla meritocrazia e sulle competenze».

Sì, ma un ruolo attivo per lei che è un plurilaureato?

«Guardi, non ho presentato il mio curriculum a nessun bando, a dimostrazione che non ero mosso da interessi di posizionamento personale. Eppure probabilmente avrei avuto i titoli per farlo. Invece è accaduto che chi stava nel vecchio sistema che pensavamo di aver sconfitto si è rifatto vivo ed è sempre lì a dettare legge».

Al di là degli uomini, è mancato qualcosa anche su aspetti programmatici?

«Dal punto di vista strettamente operativo, non c’è traccia del programma che avevamo presentato agli elettori. Tranne l’istituzione della facoltà di Medicina, una battaglia che portavamo avanti già prima della competizione elettorale. Che, peraltro, non è ancora conclusa. Ora tutti vogliono metterci cappello, ma se va in porto questo progetto è un bene per tutti. Mancano linee, inoltre, sul modello di transizione energetica, sulla sostenibilità, sull’approccio industriale, sulla gestione delle risorse pubbliche, sull’ammodernamento infrastrutturale della Basilicata, sulla ristrutturazione del comparto sanitario».

Perché, secondo lei, non è cambiato nulla?

«Delle due l’una: o il governo regionale non ha avuto coraggio oppure c’era dietro le quinte un disegno sottaciuto per mantenere lo status quo. Esattamente il contrario di quello che il nostro progetto civico esigeva, una linea che Bardi aveva sposato davanti all’elettorato, di fronte al quale l’intero centrodestra, incapace di fare sintesi al suo interno, si era presentato con un candidato presidente potenzialmente libero, espressione di un movimento civico, il nostro. Proprio l’idea di presentarsi con un progetto civico è stata vincente e ha raccolto quel malcontento e quella voglia di cambiamento proveniente dai territori, dalle basi elettorali e dai movimenti di opinione. Il successo elettorale, dunque, non è frutto soltanto di meri numeri, ma soprattutto dell’immagine e dell’identità che ha consentito di raggiungere tali risultati».

Da attori protagonisti siete diventate comparse?

«Prima eravamo tra i principali, se non anche gli unici referenti. Dopo l’imprimatur di tutto il centrodestra Bardi è sparito. Abbiamo avuto un incontro a dicembre scorso, dopo tanti tentativi, nel quale abbiamo affrontato alcune tematiche, spiegando al presidente che si doveva agire in modo diverso».

Avete avuto altri incontri nel frattempo?

«No, c’è stata una chiusura netta nei nostri confronti. Inoltre la segreteria di Bardi ha alzato un muro e non abbiamo mai capito a che titolo si muove e con quali finalità».

Alla luce di quanto esposto, cosa chiede al presidente e al suo entourage?

«Di ridarci il logo. Sciogliessero il gruppo regionale».

Ma Piergiorgio Quarto, il vostro candidato eletto, si è dissociato dalla sua critica al fulmicotone...

«Partiamo dalla premessa che non abbiamo mai avuto la sua disponibilità, non ci ha mai rappresentati. Ho letto le sue dichiarazioni: evidenziare un contrasto tra gruppo di Matera e gruppo di Potenza è la dimostrazione che non ha compreso quale debba essere il ruolo di un consigliere regionale. La verità è che Quarto proviene da una filiera di interessi politici e non dimentichiamoci che è stato anche in predicato di essere candidato presidente del Centrosinistra».

Beh, questo lo sapevate anche prima di candidarlo...

«Ce lo siamo ritrovati in lista all’ultimo minuto. Hanno fatto in modo di marginalizzarci nelle scelte. Qualcuno siamo riusciti a fermare perché palesemente espressione del centrosinistra. E poi, francamente, sapevamo poco di Quarto».

Insomma, come scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne «Il Gattopardo», è cambiato tutto per non cambiare niente...

«Proprio così. La Basilicata ha un problema di trasversalismo politico. Cambiano i nomi ma provengono sempre dagli stessi circuiti. Basta vedere quanta gente del Pd oggi è entrata a far parte dei partiti della coalizione di maggioranza. Avevamo una grande occasione, quella di innescare un vero cambiamento. Bardi, evidentemente, è rimasto schiacciato dal sistema e non ha avuto la forza e la volontà di fare la differenza».

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