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Caso Ciccolella

Melfi, niente fiori ma lo Stato paga il conto del Polo

No dal Tar al recupero delle somme da parte del Ministero: dal contratto di programma del 2003 alla chiusura

Melfi, niente fiori ma lo Stato paga il conto del Polo

Non è tutto rose e fiori, ma il Ministero deve pagare e non può procedere, nemmeno cautelativamente, a recuperare parte dei soldi con cui sostenne il «sogno» di un polo florovivaistico in Basilicata, inizialmente a Lavello poi a Melfi. Un sogno legato per lungo tempo al Gruppo Ciccolella, in passato un colosso nel settore, al punto da iniziare una «campagna acquisti» per l’Europa, poi finito in una complicata vicenda di fallimenti e procedure giudiziarie, che (come spieghiamo meglio nei pezzi sotto) ha prima illuso e poi lasciato a piedi un centinaio di lavoratori.

Un sogno svanito, ma al momento il conto resta. Un contributo da 19 milioni e 394mila euro che l’allora Ministero delle attività produttive (ora Ministero dello sviluppo economico) assegnò al «Consorzio Polo Floricolo srl» in virtù di un contratto di programma inizialmente (era il 2003) da ubicare in territorio di Lavello poi (nel 2006) rilocalizzato a San Nicola di Melfi.
Di quel sogno, come detto, resta la cenere, ma il Ministero che aveva avviato (non per questo come vedremo in seguito) il recupero di parte delle somme (tutte già erogate) ma il Tar ha detto che non è possibile sospendere il contributo in via cautelare richiedendo la restituzione di quanto già erogato, perché la ratio della sospensione può essere applicata a un provvedimento ancora da compiere bloccandolo (ossia se il contributo non era stato ancora erogato poteva essere congelato) ma non può dar adito ad un’azione autonoma come un provvedimento di recupero o restituzione. Di conseguenza, il recupero potrebbe eventualmente esserci solo a seguito dell’avvenuto accertamento dell’assenza di diritto alla base dell’erogazione.

E qui entriamo nella complicata vicenda del Consorzio Florovivaistico Lucano. Perché quell’investimento di oltre 48 milioni programmato che dava diritto a 19 milioni e rotti di soldi pubblici è stato ultimato da oltre 10 anni e, negli stessi tempi, il contributo pubblico è stato, per ratei, erogato. Ma nel 2011 dopo l'incorporazione della società di Melfi in un’altra che aveva realizzato un investimento simile ma molto più in grande a Candela (Fg) pure assistito da contributo pubblico partirono gli accertamenti innescati da uno scritto anonimo che ipotizzava l’illecito ottenimento di contributi.

Come spesso avviene in questi casi, partì una lunga vicenda giudiziaria che si è sviluppata in parallelo alla crisi del gruppo che si è innescata in questo ultimo decennio con il fallimento di alcune società. Nel 2013, quindi, una prima sospensione del contratto di programma disposta dal ministero e poi l’annullamento, nel 2016, del Tar. Poi, a metà del 2017, il Nucleo speciale spesa pubblica e repressione frodi comunitarie della Guardia di finanza di Roma ha trasmesso al Ministero un Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Bari che, esaminando la pratica, aveva concluso che a spesa ammissibile sarebbe pari a poco più di 36 milioni, rispetto a quella ritenuta ammissibile dalla banca incaricata nella propria relazione sullo stato finale degli investimenti per quasi 69 milioni e conseguentemente la banca che seguiva l’istruttoria aveva rideterminato il contributo concedibile in scarsi 14 milioni.

La commissione ministeriale, quindi, aveva disposto il recupero della differenza rispetto a quanto già erogato (a conti fatti qualcosa come 5 milioni), ma per i giudici «il Ministero ha inteso piegare alla ritenuta esigenza di recupero di somme già erogate alla società ricorrente un istituto giuridico, quello della sospensione dell’efficacia del provvedimento, destinato a ben differenti finalità». Non ci può essere, insomma, «retroattività» della sospensione. Se sarà accertato che, in qualche modo, il contributo non spettava, solo allora si potrà procedere al recupero. Se ci sarà qualcosa da recuperare.

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