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POTENZA - Se diciamo sito unico nazionale di scorie nucleari, in Basilicata tutti pensano ad un solo luogo: Scanzano Jonico. I ricordi vanno subito a quei giorni di quindici anni fa, in cui un intero popolo si unì in una colossale protesta pacifica passata poi alla storia. Un evento che non solo non è stato dimenticato dai lucani, ma che viene spesso citato nei convegni internazionali come esempio di protesta civile grazie alla quale un intero Paese ha dovuto cambiare strada. Lo racconta il presidente della Commissione Scientifica sulla decommissioning del nucleare, il professor Massimo Scalia, in apertura dei lavori del convegno per fare il punto sul Piano Nazionale sulla messa in sicurezza e lo smantellamento degli impianti ancora esistenti in Italia e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, tenutosi a Roma, proprio nell’anniversario della protesta di Scanzano. Il 13 novembre 2003 arrivò l’annuncio dell’allora Governo Berlusconi di voler ubicare in Basilicata un deposito unico di scorie nucleari e il 13 novembre 2018 non esiste ancora un deposito nazionale.
Che, però, per legge dovrebbe esistere; lo prevede il decreto legislativo n. 31 del 2010, che ne descrive l’iter di individuazione ed i soggetti coinvolti. Iter avviato il 4 giugno 2014 dall’ Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che ha pubblicato la Guida Tecnica n. 29 contenente i «Criteri per la localizzazione di un impianto di smaltimento superficiale di rifiuti radioattivi di bassa e media attività». Successivamente la Sogin, la società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi compresi quelli prodotti dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare, ha cominciato a lavorare alla «aree potenzialmente idonee». E se a suo tempo la Basilicata venne considerata assolutamente non idonea - un errore sia tecnico che politico, si disse allora - così non è più oggi. Il rischio per la Basilicata ce lo spiega Pasquale Stigliani, allora presidente dell’associazione ScanZiamo le scorie di Scanzano ed oggi nella segreteria del Presidente della commissione industria del Senato, il 5 stelle Gianni Girotto, che sta portando a termine le audizioni dei «portatori di interessi» sulla questione rifiuti radioattivi. «Se dovesse passare la linea che nel sito unico possono confluire anche i fanghi da petrolio la Basilicata potrebbe diventare la candidata numero uno proprio perché abbiamo da gestire anche i rifiuti del petrolio».

Il presidente della X Commissione del Senato (Industria, commercio e turismo), Girotto, fa notare come il primo «affare assegnato» (fine luglio 2018) sia stato proprio quello sulla gestione e messa in sicurezza dei rifiuti nucleari sul territorio nazionale e come tra audizioni e sopralluoghi si sia ormai in dirittura d’arrivo con le consultazioni di tutti coloro che possono contribuire alla soluzione del problema: dalla comunità scientifica alle associazioni ambientaliste, dai Comuni ai sindacati, solo per citarne alcuni (i documenti sono tutti depositati e consultabili nella pagina web del Senato). In realtà dagli interventi nel convegno - tra gli altri erano presenti Ermete Realacci presidente onorario di Legambiente e Giuseppe Onufrio direttore di Greenpeace Italia - emerge chiaramente che le cose potrebbero andare in qualsiasi direzione e che non sarà facile per la politica prendersi la responsabilità di creare un Deposito Nazionale nel Paese che il nucleare lo ha rifiutato. Dove si protesta anche per una pala eolica - si è detto - ottenere il consenso delle popolazioni sarà ancora più difficile. Su questo il senatore Girotto pur ribadendo la necessitá del più ampio consenso delle popolazioni coinvolte ha detto ai giornalisti che «si possono rafforzare norme coercitive» ed intanto si sta valutando il trasferimento dei rifiuti radioattivi all’estero (al momento la Slovacchia è in pole position).

Sempre ieri, il ministro dell’ambiente Sergio Costa a margine di un altro convegno tenutosi a Roma, ha tranquillizzato la Sardegna che può essere esclusa dai «papabili» siti nazionali dato l’obbligato passaggio via mare che comporterebbe «rischi ambientali inutilmente gravi». Gli studi dimostrano - ha aggiunto il ministro - che è comunque necessario rivedere i siti potenzialmente interessati ed escludere quelli con «una particolare sismicità». Forse allora la Basilicata si «salva» anche stavolta. O forse no.

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