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POTENZA - Se ottocento milioni di euro possono bastare. A tanto ammonterebbe nel prossimo triennio, quello che va dal 2018 al 2020, l’introito derivante dalle royalties per effetto dello sfruttamento petrolifero in Basilicata, considerando i due grandi giacimenti lucani, quelli di Viggiano e Corleto Perticara. Lo ha rivelato uno studio di Nomisma che, a questo punto, impone una riflessione sull’utilizzo di questi fondi che, non è reato sostenerlo, molto probabilmente sono state utilizzate senza un vero progetto per lo sviluppo del territorio. Dall’ex parlamentare Cosimo Latronico arriva una proposta innovativa, quella di pensare a un fondo per la tutela ambientale e lo sviluppo produttivo della regione.

Si tratta, ovviamente, di un’idea che potrebbe essere sviluppata, ma altre fanno capolino e, di sicuro, che avrà il compito di guidare la Regione nel prossimo lustro dovrà fare i conti con circa ottocento milioni di euro da non dissipare qua e là senza costrutto. Il tema si connette inevitabilmente con le tante problematiche che la Basilicata ha, dall’emergenza ambientale allo sviluppo, dallo spopolamento al turismo, senza dimenticare settori sempre «al verde» come la sanità che, invece, dovrebbero essere quelli nei quali la politica dovrebbe investire con maggiore raziocinio, senza pensare al codazzo di amici e professionisti da sistemare. In buona sostanza occorre, rapida, una riflessione seria: queste importanti risorse devono continuare ad essere utilizzate senza una finalizzazione produttiva o, invece, vanno indirizzate in un progetto complessivo e armonico?

Va ricordato che, dal 2000 al 2017, in Basilicata sono state assegnate risorse di compensazione pari a 2,2 miliardi di euro e che, solo i comuni della Valle dell’Agri più direttamente interessati dalle estrazioni hanno ottenuto assegnazioni di risorse per 260 milioni di euro. E gli altri? Sul tema ci sono numerose proposte elaborate dal Censis e da altre istituzioni. La stessa Corte dei Conti ha ripetutamente richiamato la necessità di impedire l’impiego delle risorse finanziarie rivenienti dal petrolio per sostituire spesa corrente, rinunciando a misure per investimenti produttivi e sociali che trasformino il tessuto produttivo della Basilicata. È chiaro che il monitoraggio e la tutela dell’ambiente dovrebbero avere un posto «in prima fila» in un ipotetico paniere di cose da fare o settori di privilegiare, rafforzando il coinvolgimento di istituzioni pubbliche nazionali, come l’Ispra, ad esempio, anche per superare tutte le inadeguatezze mostrate senza tema di smentita dal sistema regionale, che infatti in questi anni ha mostrato per intero tutte le sue falle. Ma, non è superfluo sottolinearlo, si accettano consigli, idee e proposte.

Perché la nostra regione deve smetterla di pensare in piccolo ed ergersi a nuovo modello di sviluppo, anche per dimostrare che le estrazioni, se proprio devono continuare ad esserci, non sono incompatibili con un territorio ricco di risorse naturali. Un discorso vecchio e nuovo allo stesso tempo, quindi, che adesso meriterebbe di essere affrontato seriamente e in modo adeguato, altrimenti la Basilicata perderebbe anche l’ultimo treno: quello della modernità e dell’efficienza. Un treno che, purtroppo, sin d’ora ha frequentato altri binari.

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