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FERRANDINA - Se ottocento sacchi vi sembrano pochi. Specie considerando che contengono amianto e che sono lì ormai da anni. Il caso della mancata bonifica dell’area ex Materit, nella zona industriale di Ferrandina, è tornato prepotentemente a galla in questi giorni grazie anche alla sensibilità di TV2000, l’emittente di riferimento del Vaticano che attraverso l’inviata Caterina Dall’Olio ha ampliato il focus sulla presenza di materiale nocivo e dannoso per la salute umana, promuovendolo da caso regionale a qualcosa di più. La troupe di TV2000 è entrata all’interno del capannone della ex Materit, debitamente autorizzata dalle autorità competenti, mostrando all’Italia la vergogna di questo sito. All’interno, questo in realtà era già noto, circa ottocento sacchi di amianto, alcuni dei quali aperti o in pessimo stato di conservazione. Con la tanto temuta polvere di amianto sversata per terra (senza alcuna protezione) o comunque accessibile.

Anche se all’interno l’accesso non è consentito se non, appunto, previa autorizzazione e con tutte le cautele del caso, è evidente che il pericolo rappresentato da questo materiale subdolo (la polvere di amianto si insinua nell’organismo e si “risveglia” anche dopo un periodo lunghissimo) rappresenta un pericolo concreto. Non solo per coloro che abitano o lavorano nei dintorni, ma anche per tutti coloro che vivono in un raggio di chilometri abbastanza ampio. Insomma, ci sono tutti i presupposti per considerare la ex Materit una bomba ecologica. Il sito è stato messo definitivamente in sicurezza solo da poco e attende in ogni caso di essere bonificato: si tratta di uno dei sei interventi programmati nell’area Sin (Sito d’interesse nazionale) della Valle del Basento. Un intervento che avrebbe dovuto già essere stato completato e che, invece, è ancora di là da venire.

L’inchiesta di Caterina Dall’Olio ha anche la funzione (e il merito) di volerci vedere chiaro sui ritardi e sulla cronica responsabilità della burocrazia italiana (in salsa lucana), che stavolta si è materializzata anche attraverso il “nodo” dell’appalto. Impugnato dinanzi al Tar Basilicata, infatti, ha determinato l’accoglimento del ricorso da parte della ditta esclusa. Un orientamento confermato anche dal Consiglio di Stato che ha, pertanto, eliminato l’originaria vincitrice della gara. Ma quando tutti si sarebbero aspettati l’affidamento alla ricorrente, cioè alla prima delle ditte escluse, ecco che l’impasse si è materializzata rendendo tutto più complicato. Morale della favola? Quei sacchi sono ancora lì. Come se fossero un tesoro da conservare e non, invece, da trasportare in sedi adeguate.

E, soprattutto, custodire e trattare secondo le procedure del caso. Quei sacchi sono una minaccia per le genti della Valle del Basento, che, va ricordato, devono già fare i conti con mille situazioni poco chiare. Situazioni che sono il retaggio di un’epoca, quella dell’industrializzazione selvaggia degli anni ‘60, ‘70 e ‘80, che ha cambiato questa zona trasformandola da valle verde e valle di lacrime. Facendola diventare sede privilegiata di materiali devastanti per la salute grazie anche al pressapochismo di qualcuno che, invece, aveva (in teoria) ben altri compiti.

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