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Ricordi di sesso, ricordi di scuola

«L’arrivo dell’estate e la nuova normalità inducevano ottimismo. Non mi convinceva»

Ricordi di sesso, ricordi di scuola

La chiamavano nuova normalità. Il marketing aveva fatto il suo lavoro. L’arrivo dell’estate e la nuova normalità inducevano ottimismo gratuito. Non mi convinceva.

Too busy being someone else... to be who you really are. Un frammento di un brano che mi piaceva ascoltare. In quei giorni tornava spesso nella mia mente. Dovevo ricordarmi di chiamare Carlo. Gli avevo promesso che appena sarebbe stato di nuovo legale saremmo usciti. Carlo si laureò prestissimo in architettura e prestissimo avviò il suo studio. Con Carlo c’era schietta intesa. Cominciammo a frequentarci, senza impegno né promesse. Quando ci andava di vederci e avessimo potuto. Una birra, una cena, una mostra, appuntamenti in musei e monumenti in città, dove casualmente ci trovavamo. Presto scoprimmo un comune sentire lo spazio, le innumerevoli sfumature di cui sono fatti i colori, di come si adattino agli stati d’animo e agli umori del carattere. Carlo mi raccontava la sua arte nei luoghi eleganti che lui stesso aveva progettato. Adoravo il gioco sottile della sua presunzione, mai rotta da un cenno di boria.

Portava molto bene la sua età, con un piglio di giovanilismo che non eccedeva i limiti del ridicolo. Aveva perso l’occasione del matrimonio. Una donna di cui si era perdutamente innamorato. Una storia durata molti anni. Non seppi mai perché e come fosse finita. Viveva solo. Non esattamente solo, dato che normalmente si accompagnava a donne sempre molto belle. Ricche e mogli, amava dirmi, scherzando, ma nemmeno poi tanto. Non avrebbe mai più voluto ricercare in altre ciò che aveva perso per sempre, così aveva abbassato il livello delle aspettative vivendo la leggerezza di sentimenti contingenti.

«Ciao Carlo, come va?»

«Giulio, ciao. Benone. Non ho preso il virus e mi annoio da morire a parte il lavoro».

«Sembra si possa uscire di nuovo, anche se c’è la storia dei congiunti che non ho capito».

«L’ennesimo decreto della domenica. Lascia stare. C’è una masseria che ho finito di ristrutturare proprio prima del look-down. Si trova nella piana di Ostuni, a Montalbano. È una struttura che si è costituita nei secoli dal ‘500, con tanto di frantoio ipogeo. I proprietari sono miei amici, mi hanno invitato a cena e a dormire lì, il prossimo giovedì. Vieni con me, sono solo. È un posto incantevole».

«Il prossimo giovedì... Potrebbe andar bene. Ti mando un whatsapp per conferma».

Riattaccai pensando al privilegio del lavoro di Carlo. Un lavoro dove la distanza fra le idee, la capacità e la fatica di realizzarle, diventa infinitesima nella compiuta realizzazione dell’opera finale, visibile, tangibile.

Arrivammo all’ora di cena. Pavimento di pietra levigata, arredi raffinati. I proprietari mi sembrarono sessantenni, naturalmente abbronzati, entrambi vestiti di bianco. Notai lei, con il volto avvolto da lunghi capelli raccolti. Avevano tutte le sfumature del grigio e dell’argento, capelli che dovevano essere stati bellissimi anni prima e che con lucida caparbietà lei non aveva voluto mai colorare.

Cenammo. Orecchiette di grano saraceno con rucola e pomodorini. Bevemmo un vino superbo, un prodotto della masseria, di un intenso colore rubino e profumo antico. Conversammo dei rosoli della casa, tutti disposti in meravigliose damigianette di vetro dipinto. Dell’olio prodotto con le loro mani, della biblioteca di testi giuridici del settecento, ritrovati e fatti restaurare, uno per uno, grazie alla riconoscenza di un abate di Ostuni. Ne presi uno che mi aveva colpito per la bellissima copertina in pelle cucita a mano e dal titolo pomposo: Ius naturae methodo scientifica pertractatum. Chiesi di poterlo portare con me in camera. In realtà non lessi molto quella notte, anzi lo sfogliai appena. Il libro mi fece venire in mente una lezione di filosofia al quinto anno del liceo sulla legittimazione dei poteri del sovrano a garanzia del benessere e della sicurezza dei cittadini.

Indimenticabile.

C’è un tempo in cui si ha la possibilità di occuparsi di temi come la legittimazione dei poteri del sovrano, e lo si fa svogliatamente. Molto dopo, giunge un tempo in cui si sente forte il desiderio di occuparsi solo di quei temi, ma non si hanno più né i mezzi né il tempo.

Dopo cena salutammo i gentilissimi coniugi e ci dirigemmo verso uno dei cortili interni della struttura. Un grande pozzo in pietra e due ulivi maestosi a Est e Ovest dell’archetto di ferro che lo sovrastava, perfettamente inseriti nella cornice del cortile, appena illuminato dalla tenue luce del quarto di luna.

«Mi sono rotto da morire in questa assurda prigionia. Il lock-down mi ha fatto capire quanto sia triste non avere una donna da abbracciare la notte. Ho capito che non posso rimanere solo. Ma poi penso che sia troppo tardi. Che il tempo di un amore così sia ormai andato…»

Fece una pausa. Lo sguardo assorto verso uno degli ulivi nel cortile.

«Ho rivisto Daniela Ruggero stamattina. Era in centro con uno che mi è sembrato suo marito. Poteva avere almeno vent’anni più di lei. Ci provai in tutti i modi con Daniela. Te la ricordi? La snob che al liceo sembrava più grande di noi, che portava sempre la camicia aperta e un reggiseno praticamente inesistente.

Non fu cosa. Mi fece impazzire di baci e bacetti, mi consentì anche di toccarla e quando cercai di andare al dunque, quella sera, alla gita del quarto anno a Firenze, nella sua camera, in quell’albergo, ti ricordi, tutto stucchi e merletti, mi disse, guardandomi con aria sufficiente… vai in bagno, fatti una sega; ti aspetto e poi usciamo che non ho voglia di stare in camera.

Ci ho messo anni a digerire il sorcio enorme che mi fece ingoiare.

Quando l’ho rivista questa mattina, il sorcio è risalito su. Rischio di non dormirci la notte. Devo trovare il modo di rivederla. Io con Daniela ci voglio provare. Al diavolo se non ci riesco!»

Sorrisi.

«Andiamo a dormire. Domani è venerdì e non ho una giornata semplice. Dimmi una cosa Carlo. Ma poi la sega te la sei fatta quella sera?»

“No. Uscimmo subito. Quando rientrammo, però, dopo che l’ebbi accompagnata alla sua camera, rientrai nella mia e corsi in bagno. Fu meraviglioso!»

Scoppiammo a ridere. Come solo due adolescenti potevano fare.

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