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Torino, martedì 30 ottobre
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Sabino aprì gli occhi, reprimendo un conato di vomito. All’improvviso, un gran baccano si riversò nelle sue orecchie. Frastornato, si ritrovò ad ammirare dall’alto piazza del Duomo, gremita di gente e investita da una luce obliqua.
«Fratelli e sorelle, siamo qui riuniti a causa di un evento increscioso».

Il ragazzo osservava la marea umana sotto di lui, come avrebbe potuto fare un turista dalla sommità di un alto edificio. Fu sopraffatto dalla meraviglia e dalla curiosità e, involontariamente, sorrise.

«Alessandro Bafunno, vescovo della Santissima Chiesa Dei Invicti Operae, si è macchiato di crimini orrendi: il trafugamento e la ricettazione di sacre reliquie!».

Di colpo, la folla tacque. Il sipario del silenzio rituale calò su quell’immenso spazio. Sabino notò con stupore che persino la solita fastidiosa pioggerella aveva smesso di cadere.

Solo allora si rese conto di quanto scomoda fosse la sua posizione: era legato mani e piedi molto saldamente sulla cima di un palo, sotto al quale erano accatastate varie fascine di legna.

«Porca puttana» urlò «tiratemi giù!».

I quattro Crismatici che lo sorvegliavano, ognuno con una torcia in mano, ignorarono le sue grida, che pure rimbombarono a lungo nel silenzio della piazza. Sconcertato, capì che la folla voleva bruciarlo vivo, come il peggiore degli eretici. La triste scoperta fece calare una ghigliottina di terrore sulla sua gola: le sue urla di disperazione inespresse attanagliarono le sue viscere come dolorose pugnalate.

«Monsignor Bafunno, cos’ha da dire a sua discolpa?».

La voce perentoria era quella di un uomo sulla trentina: alto, con capelli castani fluenti e la barba ispida, lo sguardo altero. Indossava una tunica dorata, sulle spalle portava una pelliccia e in mano stringeva un bastone che terminava in una croce. La calda luce emanata dalla figura incuteva un forte rispetto reverenziale.

«Santo Giovanni» esordì una voce familiare, alle spalle del ragazzo «sa meglio di me che il Regno dei Cieli non si ottiene con la forza, ma con la fede e la preghiera».

«Zio!», esclamò Sabino, non appena udì l’inconfondibile cadenza del vescovo. Erano legati allo stesso palo. «Digli che c’è un errore! Chiunque può sbagliare, anche i santi!».

Tirò un sospiro di sollievo. Lo zio Alex stava bene: ora ci avrebbe pensato lui a chiarire l’equivoco.

«Vuole forse negare, Monsignore» la voce di Giovanni zittì il nipote del vescovo «di aver inviato alla Santa Sede una copia falsa della Sacra Sindone e di aver occultato l’originale in casa sua?».

Mentre il santo parlava, un Crismatico gli si avvicinò e gli porse la valigetta trovata da Pia in soffitta. Giovanni la aprì lentamente, come stesse officiando un rito, prese il panno all’interno e lo dispiegò con un gesto teatrale.

«Dio di Adamo, di Noè, di Abramo e di tutti noi» gridò, protendendo il lenzuolo verso la folla «mostra la tua potenza, racchiusa in questa sacra reliquia, affinché si compia la tua volontà e venga il tuo Regno!».

«Quello è fuori come un balcone, zio!», disse Sabino, sarcastico. «Ha scambiato un lenzuolo qualunque per la Sindone! Ma vattìnne, va’!».

A un tratto, tre lingue di fuoco ardenti come lo Spirito Santo divamparono sul panno. Urla di stupore e spavento si levarono da ogni angolo della piazza. Alcuni cominciarono a farsi il segno della croce, altri caddero in ginocchio, altri ancora intonarono canti di preghiera. Rivoli di sangue scendevano dal lenzuolo, lungo le braccia di Giovanni, mentre le fiamme ardevano con furia crescente, senza tuttavia consumare il tessuto. Anche il santo sembrava avvolto dal fuoco, che bruciava attorno a lui senza scalfirne l’estasi mistica.

Il ragazzo contemplava a bocca aperta l’incredibile prodigio. Non poteva esserci nessun’altra spiegazione: era un miracolo. Dinanzi a lui c’era la prova tangibile che Dio lottava al loro fianco contro i demoni oscuri e che, un giorno, grazie ai santi, l’umanità avrebbe trionfato.

Improvvisamente, così come si era acceso, il fuoco si spense. Giovanni sollevò una mano a mezz’aria e si rivolse alla folla che continuava a cantare e a pregare.

«Dio ha voluto mostrare la sua potenza. Fratelli e sorelle, siamo di fronte alla Sacra Sindone, che il pontefice cercava da mesi e che lei, Alessandro Bafunno, ha nascosto in casa, per di più tentando di ingannare la Santa Sede. Vuole forse negarlo?».
Tutti i canti si interruppero allo stesso momento, come se lo avesse ordinato un invisibile direttore d’orchestra. Nella piazza calò il più assoluto silenzio.

Sabino si voltò, per quanto consentito dalle corde: «Zio Alex?».

Il vescovo aveva uno sguardo deciso, ma non proferiva parola.

«Zio Alex?» insistette il giovane «Si sta sbagliando, vero? Quello non è il lenzuolo che stava nella valigia. Vogliono incastrarci, giusto?».

L’uomo si ostinava a tacere, sembrava quasi non aver sentito.

«Zio! Di’ qualcosa! Questi ci fanno il culo arrosto!».

Un corvo nero planò sulle loro teste e si posò in cima al palo, funesto presagio di morte. Fu allora che il vescovo Bafunno arringò la folla: «Popolo di Torino! Il pontefice non vuole le sacre reliquie per venerarle. È interessato solo al loro potere! E la sua sete di potere ci distruggerà tutti!». Quelle parole inflissero un duro colpo al cuore di Sabino. Con gli occhi sgranati e la mandibola tremante, dovette accettare il fatto che suo zio era davvero un eretico. E fra poco sarebbe bruciato sul rogo assieme a lui.

Infine, il vescovo aggiunse con voce alterata: «L’Armageddon è vicino!».

Il corvo, gracchiando, volò sulla sua spalla ma lui non se ne curò.

«Zio, sei impazzito?», intervenne il ragazzo, in preda all’esasperazione. «Dillo che siamo innocenti! Di’ che non sai niente di quel dannato lenzuolo!».

«Il teste ha parlato», sentenziò Giovanni con aria grave. «Ha ammesso le sue colpe e, per di più, ha pronunciato parole blasfeme».

«Al rogo!», gridò con veemenza una voce.

«A morte!», fecero eco altri nella piazza.

Sabino sbraitava e scalciava in un disperato tentativo di liberarsi dagli stretti vincoli. Giovanni fece un cenno e i Crismatici avvicinarono le fiaccole alla base del palo.

«Stolti!», esclamò il vescovo. «L’Armageddon ci distruggerà tutti! Salvate la Sindone! Salviamo le nostre anime!».
«Taci!», gli intimò Giovanni, mentre tutti continuavano a gridare con fervore, come se avessero subito personalmente un torto da parte di Bafunno e del nipote.

Il santo diede l’ordine, più con gli occhi che con la bocca, e i Crismatici appiccarono il fuoco alle fascine. La folla, esultante, levò un grido talmente forte da non sembrare umano.

L’istinto di sopravvivenza di Sabino fu soffocato dal senso di colpa. Suo zio aveva complottato contro la Chiesa! Che razza di demone perverso si celava dentro quella che per lui era stata una figura paterna? Quante anime aveva corrotto a sua insaputa? Nel turbine della vergogna, una verità emerse dal profondo del suo subconscio: qualunque crimine avesse commesso suo zio, perché mai suo nipote avrebbe dovuto pagare con la vita per crimini che non lo riguardavano?

Le sue proteste vennero soffocate da una serie di violenti colpi di tosse provocati dal fumo. Gli occhi cominciarono a lacrimare, la gola bruciava come l’inferno. Anche il vescovo tossiva, mentre il corvo, pregustando il pasto, beccava qua e là fra i vestiti e le corde.

«Alessandro Bafunno» annunciò con solennità il santo, riponendo il lenzuolo nella valigetta «sei colpevole dinanzi a Dio di ricettazione e contrabbando di sacre reliquie, nonché di eresia. Sabino Pignataro, sei colpevole dinanzi a Dio di contrabbando di sacre reliquie. Il popolo di Dio ha espresso la sua condanna e io, Giovanni, figlio di Zaccaria, protettore della città di Torino, ratifico ed eseguo la sentenza».

Tutti i presenti si fecero il segno della croce e risposero: «Amen!».

«Amen?», riuscì a dire Sabino, fra le convulsioni. «Giustizia del cazzo! Io non sono stato ascoltato! Sono innocen…». Un colpo di tosse profondo stroncò la fine della frase.

«Abbi fede, Sabino!», lo esortò Bafunno, con il viso annerito. Poco dopo, l’uomo svenne di colpo.

«Zio Alex? Zio! Rispondimi!».

Al ragazzo si annebbiò la vista, mentre il fumo riempiva i suoi polmoni e il fuoco si faceva sempre più vicino.

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