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Quella strana sera ubriachi a Polignano

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I miei amici del cuore quando avevo diciannove anni si chiamavano Ferdinando e Mirco. Una sera di luglio degli anni ‘90 eravamo tutti e tre nella macchina di Ferdinando, una Peugeot 205 nuova di zecca, rossa fiammante. Io ero seduto al lato guida e Mirco dietro, ascoltavamo musica pop ad alto volume ed eravamo diretti a Polignano a Mare, dove c’erano tanti locali alla moda e un sacco di belle ragazze.

A un tratto Ferdinando abbassò il volume della radio e mi strillò: «Stasera si vola, Michele!» Lo guardai interdetto. Ferdinando aveva i capelli biondi, gli occhi celesti e il naso aquilino. Notai che i suoi occhi erano stralunati e lucidi, come se avesse fumato una canna, ma lui fumava solo sigarette (?).

Mirco, seduto dietro, mi batté un paio di volte con la mano sulla spalla. Mi voltai e fece il segno dell’indice sulla tempia, quel tipico gesto per dire che una persona non è normale di testa.
Volevo che arrivassimo quanto prima a Polignano, perché Ferdinando premeva troppo forte il piede sull’acceleratore. Pazzo! dissi fra me e me. Finalmente eravamo arrivati. Ferdinando aveva fatto anche una sgommata prima di fermarsi. Appena scendemmo dall’auto fu rimproverato da Mirco: «Che cazzo combini, idiota!» «Ferdinando, perché hai guidato così?» aggiunsi io. «Ah! ah! ah!» Ferdinando rise come un cretino, facendoci le smorfie.

Ci avviammo verso il centro di Polignano. La temperatura gradevole rendeva la serata ancora più bella. Lì anche in piena estate l’aria è piacevolmente fresca, al contrario di quella afosa e irrespirabile che c’è spesso a Bari. Polignano è una cittadina caratteristica, dove le case, tutte costruite in tufo e bianche sfavillanti, sono prospicienti il mare su una maestosa scogliera scoscesa, sotto cui batte il mare e l’effluvio sale su, aleggiando per i dedali del paese.
Stavamo percorrendo un ponte, e sentivamo il rumore del mare passarvi sotto. Per entrare nel paese bisognava oltrepassarlo, al termine si scorgeva il cuore pulsante di Polignano: il corso principale dove c’erano tutti i locali possibili e immaginabili, disco bar, ristoranti, gelaterie.

Prendemmo posto al Covo dei Saraceni, il più grande disco bar. Attorno a noi l’ambiente pullulava di vita, quante belle ragazze c’erano. Ferdinando era allupato, i suoi occhi schizzavano da destra a sinistra. «Ferdinando, rilassati», gli dissi. Rispose: «C’è troppa selvaggina, io non resisto, manderò dei cocktail alle ragazze lì a quel tavolo.» «Prima controlla di avere i soldi», osservò Mirco. Qualche volta era successo che Ferdinando avesse fatto il passo più lungo della gamba, e poi ci ritrovavamo a dover lasciare le nostre carte d’identità al proprietario del locale, perché altrimenti se il giorno dopo non aveva i soldi ci denunciava ai carabinieri.
Nel locale misero la musica di una canzone di Gianna Nannini, Meravigliosa creatura, mi era sempre piaciuta quella canzone. Ferdinando continuava a guardarsi intorno, voleva rimorchiare.

Io l’ho invidiato per questa sua capacità superficiale di iniziare relazioni. Io sono un sentimentale e sognavo l’amore vero. All’epoca non avevo ancora la ragazza, e in quel momento mi assalì una solitudine, di quelle che anche se sei fra tante persone ti senti più solo di un cane randagio che si aggira di notte in una città deserta. Un cameriere si avvicinò: «Cosa prendono i signori?» «Tre Baileys con ghiaccio», replicò subito Ferdinando. Quando il cameriere si allontanò, lo avvertii che la prossima ordinazione l’avrei fatta io: «Succo di frutta!» Ferdinando fece di nuovo le facce buffe e questa sua allegria mi convinse a lasciarmi andare. Ma sì, stasera bevo qualche bicchiere! pensai.

Dopo appena un’ora Ferdinan do era così euforico che si mise a offrire bevande a un sacco di altre ragazze. Quelle sorridevano, ringraziavano, ma nulla di più.
Passò fra i tavoli un signore asiatico con delle rose in mano. «Amico», lo fermò Ferdinando, «quanto costa una?»
«Duemila lire.»
«Se le compro tutte?»
«Cinquanta mila.»
«Quaranta.»
«Quarantacinque.»
«Ok.»
«Ok.»
«Vuoi guadagnare altre diecimila?»
L’asiatico annuì tutto contento, allora Ferdinando indicò i tavoli delle ragazze a cui avrebbe dovuto dare un fascio a ognuna. Le ragazze, ricevute le rose, si girarono verso di noi sorridendo. Io ero un po’ imbarazzato. Ferdinando si atteggiava gaio e mandava baci volanti con la mano, peccato che però nessuna si facesse avanti. Ma secondo Ferdinando fra non molto qualcuna ci sarebbe cascata ai piedi.
Non accadde nulla. Venimmo snobbati e anzi quelle a un certo punto iniziarono a ridere forte, come fossimo dei pagliacci. L’atteggiamento di Ferdinando era sembrato più da fanfarone che galantuomo. A fine serata, Ferdinando sborsò tutti i quattrini che aveva per le consumazioni nostre e quelle offerte a mezzo locale. Mentre ci avvicinavamo alla macchina, Mirco ed io lo tenevamo in piedi, era ubriaco, aveva bevuto una quindicina di bicchieri fra Baileys e Whisky, io mi ero fermato a tre. Le persone che ci incrociavano avevano il volto disgustato. E che sarà mai! pensai. In fin dei conti eravamo soltanto tre giovani che si erano divertiti.

All’improvviso Ferdinando ebbe dei sussulti e le sue guance si gonfiarono come palle da tennis. Vomitò lì davanti a noi, sporcandoci vestiti e scarpe. Io iniziai ad assestargli dei colpi dietro la schiena per fargli vomitare ciò che aveva in corpo, la puzza era tremenda. Passò un tizio con una bottiglia d’acqua in mano. Sollecitai: «Mi dia la sua bottiglia!» L’afferrai e gettai l’acqua in faccia a Ferdinando, svuotandola completamente. Aveva gli occhi chiusi, li aprì e iniziò a respirare a grosse boccate.
«Hai rotto i coglioni, Ferdinando!» gridò Mirco prima che perdesse di nuovo lucidità. Quella situazione imbarazzante andò avanti per altri interminabili minuti. Forse dispiaciuto, qualcuno ci aiutò a portare Ferdinando fino alla macchina e lo buttammo dentro. «Grazie tante dell’aiuto, gentile signore». Mi misi alla guida e partimmo. L’abitacolo si riempì di puzza di vomito. Mentre eravamo sulla strada, girai la testa verso Ferdinando, disteso sui sedili posteriori, poi guardai Mirco. Le immagini, la musica della radio, le percepivo come al rallentatore. Ricordo che arrivati a Bari smossi Mirco. «Oh, Sveglia! ce la fai almeno tu a rientrare a casa?» «Sì, Michele, ce la faccio, tranquillo.» «Bene, accompagno io allora questo degenerato, e domani gli farò una romanzina coi fiocchi!» «Ciao.» «Ciao.»

Dopo il degenerato, dovevo arrivare anch’io sano e salvo a casa mia. Io non sono abituato a bere alcolici, non potrei dire neppure che quella volta fossi fortemente ubriaco, ma quei pochi bicchieri mi fecero sentire la testa come un mare in tempesta, con tutte le onde che mi sbattevano a destra e a sinistra. Molto lentamente, presi l’ascensore e salii al terzo piano. Erano le quattro di mattina. Cercai di non fare rumori, e una volta dentro casa chiusami la porta alle spalle, i miei genitori per fortuna non si erano svegliati. Mi avrebbero fatto un sacco di paranoie, se mi avessero visto in quelle condizioni.
Poi mi buttai sul letto senza togliere i vestiti e piombai in un sonno profondo, sognando di aver trovato l’amore della mia vita a Polignano a Mare. Chissà perché.

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