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Il suo urlo disumano atterriva finanche gli assalitori, ma non prevalse. La sua volontà si disperdeva contro il silenzio vigile e fermo come una muraglia eretta da parte dei difensori. La morte, che voleva condurre una macabra danza infernale attorno ai Palionensi, portò il lutto fra coloro che conduceva all’assalto come onde del mare. Come queste, la corsa dei cavalieri, dei pedoni armati e il lancio degli strali delle loro balestre, si infrangevano contro i bastioni e le mura avversarie.

All’ora dei vespri, increduli per la superba difesa incontrata e per la stanchezza sopravvenuta, il gran Connestabile Hebniger, dopo un rapido consulto con gli altri capitani teutonici, tolse l’assedio. Suonate le trombe di guerra fu data la ritirata. Raccolti i numerosi feriti sui carri che dovevano servire per portar via il bottino di guerra, tutti gli uomini rientrarono in Butuntum.

Il syndicus Mattheo de Pedonis comandò che venissero curati i feriti e radunati i caduti entro le mura. Dispose, inoltre, che uscissero dei carri per la raccolta di coloro che avevano perduto la vita nelle fila nemiche per allontanarli dalle porte ed evitare eventuali epidemie a causa dell’eccessivo caldo.
Ci fu un breve ristoro a base di pane, formaggio, acqua, vino e frutta per far riprendere fiato e forze ai combattenti. Era stato concesso giusto il tempo di approntare una ventina di carri sui quali poter riporre gli uomini caduti sotto le mura per essere condotti in alcuni valli al confine con Butuntum.

Uscirono i carri, tutti senza sponde laterali per meglio consentire la raccolta delle salme, dalla Porta di Ponente e dalla Porta Illustre.
Col carro che era stato di Philippo Mongelli, uscì Ciccillo e sul suo carro c’era anche il soldato tedesco Frederik da Gross Gerau, colui che disertando, era corso a dare l’avviso dell’imminente attacco. Era identificato ormai da tutti come l’alemanno. Parlava latino ed era uscito senza armi per il recupero dei suoi compagni di milizia caduti in battaglia. Era un giovane robusto, alto e biondo, ma profondamente triste. Si era messo a disposizione del Capitano, e quando poteva, preferiva restare da solo. Tutti gli erano grati per la notizia che aveva portato ed in molti si ricordarono anche del feudatario Nicolò Acciaiuoli, che aveva pensato a quello stratagemma estremo per la difesa di Palium.

Intanto le salme degli uomini periti nell’ultimo scontro, tutti privati delle loro armi e trasportati sui carri agricoli, furono infine pietosamente deposti uno accanto all’altro in un vallo sulla strada che conduceva a Butuntum.
L’alemanno mise particolare cura nella raccolta e deposizione dei soldati teutonici, suoi vecchi compagni d’armi. Infine Dionysio, da solo, recitò un breve preghiera: “Signore Iddio, perdona i peccati di questi uomini e perdona anche i nostri peccati. Possa Tu avere pietà di tutti noi”. L’alemanno Frederik da Gross Gerau, genuflesso, rispose “amen” ed aveva gli occhi lucidi di pianto.

Al crepuscolo della sera, gli ultimi raggi di un mestissimo sole, degradavano disperdendosi in una tinta fosca e paonazza. Triste e sconcertata per la lunga giornata di scontri, la terra, muta come una dolente madre, aveva raccolto gli ultimi gemiti, gli ultimi vitali aneliti e assorbito il sangue di quei figli di altre terre, vicine e lontane. La sorella, la madre terra, aveva spento l’odio, l’ira, la ferocia, la brama, i desideri buoni e cattivi, i buoni propositi comunque presente nell’animo di ogni creatura umana ed accoglieva nei suoi valli, come in un abbraccio, tanti suoi figli.
Il maestro Sigismondo aveva portato con sé un foglio sul quale in precedenza aveva già scritto un messaggio: “Rendiamo ai nostri fieri avversari i loro valorosi uomini caduti in questa battaglia. Voglia Iddio e i Signori Capitani di questa ormai lunga guerra, da ambo le parti, far cessare al più presto questa barbara carneficina”.

Per dare maggior rilievo al messaggio lo aveva firmato con i nomi:
Dionysio di Mastro Andrea ed il gruppo Erculea Proles.
Signor Mattheo de Pedonis, Syndicus Universitati Palii.
Maestro Sigismondo Ruccia, erario licteratus Universitati Palii.
Signor Philippo Mongelli, Syndicus Universitati Auricarri.
Signor Dominicus De Leonibus, erario licteratus Universitati Auricarri.
Fissato lo scritto all’estremità di una lancia conficcata nel terreno, in bella vista, il gruppo armato ed i carri carichi di armi varie, lance, spade, coltelli, corazze, elmi, rientrarono in Palium.
Intanto il nuovo assalto era solo rimandato alla mattina del giorno successivo. A Butuntum tutti gli uomini, levatisi di notte, erano pronti a uscire dalla Porta Maia e dalla Porta Pendile verso Palium per un’altra giornata di combattimento. Sempre preceduti dal suono delle buccine, gli armati lasciarono Butuntum.

Sulla strada per Palium trovarono le salme dei loro compagni caduti nell’assalto del giorno precedente e lessero il messaggio lasciato. In alcuni ci fu soltanto un attimo di ripensamento, dopo, con un sorriso di scherno, proseguirono verso la loro meta. Quando il messaggio fu letto dal syndicus Cicco Bove, questi si fermò e lo porse al collega Leone Castanea e a Ettorre. I due sindaci chiudevano l’avanzata degli armati che si recavano a Palium. Avevano scelto quella posizione consapevoli del fatto che erano ormai passati nella parte di invasori, che mal si addiceva al loro stile di vita e ai loro propositi.

Cicco Bove diede quindi ordine ad un gruppo di pedoni armati della sua città, di dare degna sepoltura alle salme dei caduti dopo averli identificati. Cicco conservò il messaggio dei fieri avversari palionensi. In cuor loro, i tre condivisero lo scritto ed ebbero rispetto per loro. Infine, con molto ritardo, proseguirono col loro seguito armato, nell’avanzata per Palium.
Senz’altro il messaggio del maestro Sigismondo Ruccia lasciò il suo segno, perché gli alemanni, quel giorno combattevano con minor vigore rispetto al giorno precedente. Dopo vari tentativi di attacco andati a vuoto, sotto il sole che martoriava in particolar modo chi andava all’assalto con notevole dispendio di vite umane e di energie, il gran Connestabile Hebinger, dopo un rapido consulto con i suoi capitani pensò bene di sospendere il vano assedio per poter riprendere la strada per Butuntum.

Dall’alto delle mura, Dionysio, notando prima i segni di resa negli avversari e dopo i movimenti convulsi e disperate frecciate di sguardi contro i valorosi difensori, cui seguirono le voltate di spalle dei primi cavalieri, raggiante esclamò: Siamo salvi, è finito l’assedio, se ne vanno. Sigismondo Ruccia, esultante di gioia, gridava a squarciagola: Palium invicta, Palium invicta !!!

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