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A Palo del Colle momenti di gloria

Il 17 luglio 1349 erano presso Palium i capitani ungheresi con i loro uomini

A Palo del Colle momenti di gloria

All’alba del giorno 17 luglio 1349 stazionavano in prossimità di Palium i Capitani ungheresi con i loro uomini, il gruppo dei fuorusciti gravinesi sotto la guida del giudice Angelo del signor Gualtieri, il gruppo dei latini Impuratus e, in numero esorbitante, le compagnie dei mercenari teutonici. Dietro di loro, una moltitudine infinita di cavalieri e di pedoni armati di Butuntum, tutti sotto il comando supremo di Hebniger, connestabile di Lupisce. Circa duemila erano gli uomini dell’esercito ungherese ed alleato, con altrettanti pedoni armati per un totale di quattromila uomini in armi.

I Palionensi complessivamente, considerando uomini, donne, vecchi e bambini non raggiungevano duemilacinquecento anime.
La prima resistenza opposta alle folte schiere nemiche avvenne in prossimità delle case e capanni fuori le mura nei pressi della Porta di Ponente, ove giungeva la strada principale da Butuntum.

Il Capitano del castello comandava un folto gruppo di balestrieri dal castrum, mentre a Dionysio ed ai suoi giovani addestrati nei mesi precedenti, era affidata la vasta zona che dalla Porta di Ponente andava al lato nord del castello, ove numerosi erano gli orti e i pozzi di raccolta dì acqua piovana.

Il syndicus Mattheo de Pedonis con la sua barbuta teutonica, comandava un piccolo gruppo di uomini a cavallo all’interno delle mura.

Quando lo spiegamento delle forze nemiche fu a tiro, i balestrieri fecero partire i loro micidiali colpi, mietendo molte vittime. Anche i balestrieri alemanni e di Butuntum, che si erano posizionati sulla linea di assedio, risposero con le loro balestre mietendo vittime.

Il Syndicus si consultò col capitano del castello per una rapida ritirata dentro le mura dopo aver dato alle fiamme i capanni e le case servite per una momentanea difesa.

Il combattimento fu intenso e feroce sotto un caldo opprimente. Le pesanti macchine da guerra furono avvicinate al castello. Gli uomini con le scale e quelli con i ponti per superare il fossato, erano pronti a scalare le mura nei punti ritenuti più vulnerabili, mentre i balestrieri coprivano la loro avanzata con i loro micidiali dardi.

Dionysio era stato chiamato a difendere la porta di ponente ove più forte e costante era la volontà degli assedianti di sfondare la resistenza palionense. Le donne e molti di coloro che avevano partecipato ai corsi di addestramento col gruppo Erculea Proles, con le loro balestre riuscivano a tenere a debita distanza i numerosi nemici. Molti ragazzi e giovinette erano adibiti a portare, sui camminamenti della mura, rifornimenti di quartare ricolme di acqua fresca ai combattenti.

La giovanissima Palma, fissata sulle mura la lancia dell’Erculea Proles, in modo che sovrastasse gli assedianti e fosse visibile anche dall’esterno, si era armata di arco e frecce e partecipava attivamente alla difesa. Dionysio, in precedenza, aveva dato ordine ai balestrieri di colpire i cavalieri ed i pedoni armati, in quanto gli strali delle balestre riuscivano a perforare anche le armature. Tutti coloro che erano armati di arco, invece, dovevano mirare e colpire i pedoni non protetti da alcuna armatura.
In precedenza erano stati accumulati grossi massi e pietre di minor dimensione per essere rovesciati sugli assalitori, se la loro avanzata fosse giunta fin sotto le mura.

Nel fossato, inoltre, per quasi tutta la sua lunghezza, erano state accumulate fascine e legna da ardere. Erano le ultime risorse se il nemico avesse superato il fossato. I comandanti delle diverse porte avevano il compito di incendiare il materiale accumulato, se gli assalitori fossero giunti a superare lo stesso fossato.

Don Bartolomeo e don Pascale erano rimasti nella Chiesa Madre. Raccolti in meditazione ed in preghiera, chiedevano al buon Dio che finisse quella carneficina, che finalmente potesse venire il giorno del Regno di Dio sulla terra.
Nonostante tutto, gli assalitori non riuscivano ad avvicinarsi alle porte di accesso né a superare il fossato. Nel corso della giornata di combattimento però, le schiere armate avanzarono minacciose fin sotto la Porta Illustre a levante e sotto la Porta di Ponente. I pedoni armati erano ormai sotto le mura di Palium. Molti uomini riuscirono a gettare i ponti di legno in diversi punti del fossato, a scavalcarlo e ad appoggiare le scale alle mura, per tentare l’assalto. Furono lasciati tentare, ma era tutto programmato.

I pedoni latini, armati di mezze picche da cui pendevano lunghe funi di canapa, erano riusciti a lanciarle fin sulle mura in diversi punti. Uomini armati di spadoni e coltellacci, con i loro occhi concitati erano pronti a tentare l’ascesa.
L’avanzata delle pesanti macchine da guerra riuscite ad avanzare fin sotto le mura, però, venne bloccata. Le stesse vennero sistematicamente distrutte dal lancio di pesanti massi approntati sui camminamenti. Nello schianto fragoroso, le macchine belliche, rovinando al suolo, facevano precipitare anche gli audaci assalitori. Questi miseri precipitavano con tonfi brutali e lanciando grida terrorizzanti.

Lo sgomento contagiava anche gli altri compagni d’armi. Fu in quel momento che Dionysio, Johanne e tutti gli altri arcieri lanciarono frecce incendiarie nel fossato e fu dato fuoco ai rami di ulivo ed alla legna lì accumulata. Gli assalitori si trovarono fra il fuoco che ardeva nel fossato e i difensori delle mura, che dall’alto ribaltavano le scale e tagliavano le corde di salita. Tutto questo, sotto il sole cocente di luglio.

Per gli assalitori non ci fu scampo. Su di loro cadeva di tutto: dardi, sassi, acqua bollente.

Sulle mura c’era un gran caldo. Il sole picchiava forte sulle armature e sugli elmi di diverse epoche, ma tutti restavano fermi e radicati sugli spalti e sui camminamenti come cipressi imponenti o come robuste querce antiche. A mitigare l’arsura e alleviare la fatica, i ragazzi porgevano, a richiesta, acqua ai difensori. Era una eroica resistenza di popolo, che incurante della superiorità delle forze avversarie, aveva deciso la resistenza ad oltranza. Il popolo palionense, senza capi militari, se non quella del Capitano che difendeva il castrum, dimostrava di essere all’altezza delle forze nemiche. Le obbligava, anzi, a retrocedere dopo la perdita di numerose vite umane. La morte voleva salire sulle mura ed incitava i cavalieri che arrivavano come i cavalloni nel mare spinti dalla tramontana.

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