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Era in corso una guerra di lunga durata fra la regina di Napoli Giovanna I d’Angiò e il re Luigi d’Ungheria. La guerra era scoppiata in seguito alla morte di Andrea, fratello del re ungherese e primo marito di Giovanna.

In Puglia a contrastare le azioni degli ungheresi di stanza a Barletta, c’era il comandante Giovanni Pipino di Altamura. Questi, con le sue cinquecento lance alemanne si era stabilito a Bisceglie. Dopo aver assediato e costretto alla resa Molfetta e Giovinazzo, giunse a Bitonto e cinse la città con un duro assedio per ben diciassette giorni, durante i quali il territorio della città venne devastato. All’assedio parteciparono altamurani, auricarrini, palesi e altri cittadini delle vicine città. I bitontini patteggiarono una resa e concordarono di ritrovarsi per il 15 luglio al campo di san Leone per decidere se dovevano sottomettersi a Pipino o guerreggiare contro di lui. Per quella data molte compagnie mercenarie del Palatino di Altamura passarono nel campo avversario e Giovanni Pipino non potè presentarsi all’appuntamento. Da aggiungere che Bitonto, in precedenza, era stato feudo di Carlo di Durazzo, cognato di Giovanna d’Angiò, mentre Palo era feudo di Niccolò Acciaiuoli, gran siniscalco del Regno. Questi gli antefatti che dopo l’assedio di Bitonto, portarono alla distruzione di Auricarro e al successivo assedio di Palo.

Il giorno 16 luglio 1349, sonandosi la buccina, tutto l’esercito ungherese, seguito da un grandissimo numero di irregolari armati di Butuntum, uscì dalla Porta Maja e da Porta Pendile sul torrente Tiflis. L’armata, compatta, si diressero verso Auricarrum, passando per il villaggio di Marescia, abbandonato dagli abitanti.

Al momento dell’arrivo, con grande disappunto, trovarono il casale deserto, in quanto tutti gli abitanti si erano rifugiati in Palium. Gli invasori, col sangue agli occhi per il mancato combattimento, si diedero al saccheggio di suppellettili e vettovaglie, asportando e caricando tutto sui numerosi carri giunti da Butuntum. Dopo, per ordine dei Capitani venne appiccato il fuoco alle abitazioni, fu distrutto il piccolo castello, lasciando inviolata soltanto la chiesa di Santa Maria della Croce. A saccheggio terminato, mentre le case bruciavano alzando fiamme altissime, fra soddisfazione per il copioso bottino e la rabbia per il mancato eccidio, tutti fecero ritorno a Butuntum. Lì, seduta stante, venne deciso l’attacco contro la vicina Palium per l’indomani mattina, per metterla a ferro e fuoco.

Quella sera, in Palium, il Capitano del castrum volle parlare agli abitanti e, sceso nella piazza della Chiesa Madre a voce alta, tenne un discorso: «Cittadini palionensi, ricorderemo per sempre questa notte, ma ancor di più sarà ricordata la giornata di domani, perché ci sarà l’attacco contro di noi e so fin d’ora che saprete ben difendere il vostro paese. Io ed i miei uomini siamo alle dipendenze del nostro feudatario Niccolò Acciaiuoli e combatteremo per fedeltà verso di lui e la Regina Giovanna d’Angiò. Voi invece combatterete per le vostre case e per le vostre famiglie. I valorosi uomini palionensi, gli antichi figli di Ercole, combatteranno per le proprie donne, per i loro figli, per le proprie case. Questa guerra dura da molto tempo, ma quello che ho visto in Palium è incoraggiante. I giovani, che in proprio si sono organizzati e si sono addestrati all’uso delle armi con serietà e passione, è qualcosa di veramente memorabile. So anche che tutti questi giovani, oggi, sono qui in armi e domani, alcuni di loro comanderanno i loro coetanei nella difesa della nostra città. Onore e gloria all’Erculea Proles e a tutti coloro che compongono questo magnifico gruppo. Ho visto in giro armi di altri periodi storici. Io stesso ho messo a disposizione due armature di oplita siracusano, tre di soldati romani e tre armature complete del periodo federiciano che erano custodite nel nostro castrum. So anche di vecchie armature che vengono custodite in diverse case. È tempo di tirarle fuori. Indossatele o fatele indossare a chi ha la capacità di usarle. Voi non sarete mai un esercito, siete molto di più. Siete un popolo che combatte per la sua salvezza. La vostra ricompensa sarà semplicemente la vita e la dignità. Animo dunque e siate pronti a scrivere una memorabile pagina di storia popolare in questa sporca guerra di mercenari stranieri».

Dopo il discorso, che aveva dato speranza nella possibile salvezza, il Capitano si ritirò nel castrum. Quella notte, Mattheo dePedonis, sindacus di Palium, ebbe un sonno agitato. Molto tardi riuscì finalmente ad addormentarsi, ma ebbe un lungo sogno angoscioso : Un numero infinito di falchi predatori avevano avvistato uno stuolo di rondini, che con volo agile, scivolante e aggraziato, compivano volanti acrobazie, grazie alla loro coda ampia e biforcuta ed alle lunghe ali. Le rondini riuscivano a schivare gli attacchi dei falchi agitando all’impazzata le ali blu metalliche, ma quelli non desistevano dall’inseguimento, finché nella fuga arrivavano al castrum di Palium. Prima di subire l’attacco più brutale, le rondini riuscivano a trovar rifugio nelle feritoie sistemate superiormente ai finestroni dell’atrio interno del castello. I falchi nulla potendo più, dopo un vano presidio ritornarono alla loro base.

Mattheo de Pedonis si svegliò di soprassalto, il suo cuore parteggiava per le rondini e si riprese abbastanza contento dell’esito negativo dell’attacco dei falchi. «Questo sogno mi mette di buonumore, sarà certamente di buon auspicio» pensava.
Vestitosi, cinse la spada, indossò la barbuta e pensò: «Devo essere all’altezza della situazione. Devo dimostrarmi risoluto e saper impartire le giuste disposizioni».
Per tutti, in Palium si trascorse una notte in febbrile apprensione. Le sentinelle vegliavano sulle mura, Coloro che avevano perduto la casa in Auricarrum e il frutto del loro lavoro si ritirarono su modesti giacigli messi a disposizione dai palionensi per riposare, finché la stanchezza e il dolore finalmente si sciolsero in lacrime.
Il maestro Sigismondo Ruccia, erario licteratus e la moglie non riuscivano a prendere sonno. Sigismondo, seguito da Bianca, salì sul terrazzino di casa per prendere un po’ di fresco. Una luna grande illuminava quasi a giorno quel piccolo mondo. Seduto su uno sgabello di legno, Sigismondo ammirava il collo bianco di lei e le sue ritte spalle su cui si ergeva la bella testa con i capelli sciolti. Guardava il suo petto con i seni prorompenti dalla sottile camicia da notte, finché Bianca, invitato il marito sulla sua panca più spaziosa, lo guardò teneramente e gli disse: «Anima mia, non avrei mai immaginato che questa avrebbe potuto essere la nostra ultima notte insieme. Non avrei mai pensato, quando ti vidi e fui presa da forte trasporto per te, che così breve tempo ci sarebbe stato concesso dal cielo per potermi rispecchiare nei tuoi occhi e tu nei miei».
«Bianca, vita mia, passione mia costante, compagna, sorella e sposa diletta, io so solamente che, se prossimamente non ci sarà più concesso di vivere, o se a me verrà tolta questa possibilità prematuramente, io sarò sempre grato al buon Dio per i giorni che mi ha concesso di vivere con te.”».

I due sposi si ritirarono nel letto nuziale. Si strinsero talmente forte che i loro corpi sembrarono solo uno e furono ancora una volta, per quella notte, una carne sola.
«Ascoltami Sigismondo, prima che intervenga il sonno ristoratore. Domani indosseremo i nostri abiti più belli, anzi … indosseremo gli abiti del nostro matrimonio, li adatteremo per la pugna. E’ insolito, ma andremo all’annunciata battaglia come due sposi. Se ci verrà a trovare sorella morte, ci troverà pronti nello spirito, ma anche vestiti ed addobbati per l’ultimo eterno viaggio e per la nuova vita».
«Sì, amore mio, è una buona idea».

I due sposi si tennero ancora un po’ abbracciati, poi Sigismondo si girò dal lato opposto ed entrambi furono presi dal sonno ristoratore.
L’indomani mattina, donna Bianca col marito Sigismondo, sereni e con calma, andarono alla Porta illustre. Donna Bianca, sulla veste, indossava un usbergo di maglia metallica che le scendeva come una camicia fino alla cinta, a protezione della testa, del busto e delle braccia. Suo marito Sigismondo, sul leggero abito, indossava l’usbergo di maglia metallica come la moglie e una barbuta tedesca.

Cola era un giovane di circa trent’anni che aveva partecipato ad uno degli ultimi corsi dell’Erculea Proles. Era un profugo di Auricarrum ospitato, con la giovane moglie e il figlioletto, in un piccolo spazio della navata sinistra della Chiesa Madre. Quella notte non riusciva a prendere sonno, aveva paura e piangeva.

La giovane moglie lo aveva ripreso: «Farai svegliare il bambino» ma Cola non riusciva a frenarsi. Intervenne un suo compagno a risollevargli il morale con una bevuta di vino contenuto in una piccola botte di legno che aveva salvato dalla sua casa di Auricarrum. Finalmente Cola, dopo l’abbondante bevuta si addormentò. Ebbe però un brutto sogno: L’angelo della morte, in una schiera di belligeranti, stava scegliendo i suoi uomini. Fra i prescelti c’era anche Cola di Auricarrum.

Era appena all’alba, quando suonarono le campane a raccolta dei combattenti alla pugna. Cola non aveva certo l’aria felice, ma non aveva neanche più la voglia di piangere. Chiese all’amico che aveva il primitivo un altro sorso di vino e ne bevvero assieme. Erano tutti svegli nella chiesa, anche i bimbi. Cola diede un goccio di vino anche al figlioletto dal suo dito bagnato e gli baciò la fronte. Nella penombra guardò la moglie negli occhi per ricordare il suo sguardo e la strinse fortemente fra le sue braccia. Poi rivolto all’amico disse soltanto «Beh, ora possiamo andare».

Attraversò insieme agli altri la navata centrale della Chiesa Madre e fu immediatamente sulla piazza antistante. Dopo pochi passi, fra i primi intervenuti, era già a difendere la Porta Illustre con una balestra. All’avvicinarsi dei nemici, era meravigliato: quasi ogni suo colpo raggiungeva il bersaglio. Per il vino bevuto o perché voleva farsi gioco dell’angelo della morte, divenne quasi baldanzoso e spericolato e incitava a gran voce i suoi compagni. Dopo circa un’ora di difesa della postazione, però, fu trafitto dal dardo di una balestra ungherese, che lo raggiunse fra collo e petto. Fu il primo caduto dei Palionensi. L’amico lo segnò con un segno di croce sulla fronte e arrivarono a prelevarlo gli addetti a quel compito misericordioso. Un altro combattente della riserva corse subito a sostituire il prode Cola.

A Palium c’erano poco più di mille abitanti ed ancora altri mille e trecento giunti da Auricarrum e dai casali vicini. Rimasero nelle proprie case solo gli anziani e poche altre persone con i figli piccoli. Le mamme porgevano i loro piccoli al proprio marito per un abbraccio e una benedizione sperando fortemente che non sarebbero stati gli ultimi. Gli uomini avevano portato dalle proprie case, qualche pugnale. Chi possedeva una spada, la cingeva alla cintura. Qualcuno indossava qualche elmo antico avuto in eredità da qualche antenato o qualche corazza. Alcuni erano usciti indossando sotto la camicia una tavola o un piatto di rame a proteggere il petto e impugnando qualche lancia rudimentale o un arco. Alle porte del paese erano accolti da grida d’incitamento «Forza, avanti, tutti sulle mura. Stanno arrivando i nemici». Chi non aveva armi era rifornito di arco con le frecce e mandato sugli spalti del castello. Erano le armi che febbrilmente erano state prodotte nella bottega di mastro Andrea e Dionysio negli ultimi due mesi per essere messi a disposizione degli uomini di Palium. Non erano di pregiata fattura, erano solamente essenziali, costruite allo scopo di rispondere all’attacco nemico.

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