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Folli, uniti e ambiziosi: la scuola è tormenta...

Folli, uniti  e ambiziosi La scuola è  tormenta

Due erano i professori temibilissimi della scuola, due, capitati per sorte, uno alla classe di Moya, Mastarna, Alexander, e l’altro a Carlo, Zeno e Federico: agli uni il Moloch, spaventoso docente di matematica e fisica, agli altri il Golem, tenebrosa insegnante di Italiano e Latino.

Il Moloch era una figura mitologica di cui gli aedi avevano narrato per generazioni e per cui i più fragili avevano le convulsioni di paura. Molti e spaventosi erano i suoi lati oscuri. Parlava con un tono molto basso, per cui nessuno poteva distrarsi: altrimenti, interrogava. La voce ricordava i diabolici gerarchi nei più atroci documentari o il tono stridulo di Peter Lorre in M, il mostro di Düsseldorf.

Le interrogazioni erano una lunga umiliazione, in cui lo studente si fermava non solo per la difficoltà dell’analisi matematica, ma soprattutto per quel sussurro gelido, per la supponenza delle domande retoriche, per le mortificazioni estemporanee: «Ma come fa a non capire?».

Nei momenti di più alta ispirazione à la Hannibal Lecter, portava deliberatamente la vittima su una strada sbagliata e, quando lo studente ricominciava, balbettava, titubava e sussurrava : «Dio mio, perché mi hai abbandonato», lei affondava il colpo di grazia con offese originali: «Sa che le scimmie Maquisapa sanno svolgere operazioni complesse e che lei non è capace di fare le addizioni?». Concludeva sempre con una frase incoraggiante, tipo: «Mascagni, oggi prende 3, ma le dico, non è solo un voto sul registro. È un’enorme lettera scarlatta sul suo petto per cui i suoi compagni di classe la guarderanno con pena». Il suo talento innato era generare miseria umana.

«Io vedo nei suoi occhi un’ombra di idiozia infantile. Sa che il suo cranio presenta la conformazione dei dementi?»
Naturalmente, la loro preparazione non era mai sufficiente: «Guardi che ho assegnato solo 45 esercizi per oggi. Sarebbe dovuto riuscire a farli tutti». Anche quando poi lo studente ammetteva di non conoscere la risposta, lei lo fissava durante l’ammutolita agonia perché sperava in qualche fenomeno di autocombustione. Alexander era convinto che l’esposizione perpetua al rischio di sincope l’avesse aiutato a affrontare i momenti difficili nella vita: e Alexander in matematica era forte. D’altra parte, anche chi conosceva le risposte non era al sicuro: il Moloch poteva fare domande su una matematica non ancora inventata, su argomenti affrontati nel 1957 o protrarre l’interrogazione per sessantatré minuti consecutivi. Alla fine, anche Moya poteva squittire di paura.

«Se pensa che questo sia solo un esercizio di matematica, sbaglia. È la sua vita: che sia netturbino, scienziato, imbianchino, politico, ortolano, truffatore o frate, ci sarà sempre un problema da affrontare; lei non ha ancora vent’anni ed è già incapace. Vede il calcolo di questo asintoto verticale? Ecco, mi ricorda il momento in cui, tra x anni, sarà da solo davanti alla necessità di risolvere una situazione difficile e fallirà. Questo asintoto assomiglia al suo personale fallimento».
Nell’anno scolastico 1985-’86, il Moloch aveva augurato a tutti i suoi studenti la sterilità; ad ogni interrogazione chiedeva se avessero davvero qualcosa incastrato tra un orecchio e l’altro, al di sotto della calotta cranica. Quando il Moloch doveva restituire i compiti in classe, restava almeno due ore a vomitare un’interminabile orazione denigratoria sulla loro stupidità assoluta e la sostanziale squalifica dal consesso umano.

«Bisogna studiare almeno dodici ore al giorno. Lei si tolga quella faccia da roditore, sette ore al pomeriggio più le cinque al mattino è davvero il minimo», sic et simpliciter.
Quando, poi, finalmente, restituiva i compiti in classe, leggeva i voti in ordine crescente: prima il più basso, di modo che tutti quanti sapessero chi fosse stato il peggiore, fino al voto più alto. Solo che faceva sempre degli scherzi: Attila, 2; Olga, 3; poi proseguiva, Enrico, 6; Enea, 6+; Mastarna….
A quel punto Mastarna era convinto di aver avuto più di sei, era in ordine crescente, dannazione.
«Mastarna, 2½, devo aver mischiato i fogli».

Ma non era un errore, e lo sapevano tutti, lo faceva sempre, a ogni compito in classe.
Verso la metà del primo quadrimestre del quarto anno aveva annunciato agli studenti che, se fossero arrivati per tempo in aula, avrebbero potuto iniziare il compito in classe un po’ prima, una pratica indecente e soprattutto penosa. A gennaio vedevi gente disperata sostare davanti al portone della scuola già alle 6:25. Poi, lei arrivava, apriva la porta con il mazzo dove c’erano anche le chiavi di casa, e si cominciava, alle 6:40: i ragazzoni che venivano dalla provincia partivano a orari antelucani ed era ormai materia di racconto degli aedi la sorte dell’Adalgisa, che abitava lontano lontano e che per arrivare a scuola prendeva il treno delle 5:05, tutto questo per un compito di matematica. Negli ultimi tempi, la tensione e il rischio di ritorsioni del Moloch verso chi si presentava a orari in cui per strada circolavano altri esseri umani, spinse tutti a levatacce via via più estreme e a forme sempre più umilianti di sacrificio di sé. Per spietata malvagità il Moloch anticipò sempre più la sua comparsa.

Ci fu quella volta che si fece vedere alle 6:12 e c’erano solo tre persone. La volta successiva, ennesimo colpo di teatro, il Moloch si presentò alle 7:45, quando s’era diffusa la convinzione che non sarebbe più venuta. Ma lei venne, con un gran plico di fotocopie sottobraccio, in volontario, provocatorio e persecutorio ritardo: Attila si arrischiò a dire che non era possibile fare quello che lei chiedeva in sole due ore. Lei gli tolse il compito e lo studente impudente dovette chiamarla Sua Eccellenza per riprendere il foglio ed evitare un 2.

«Non. Osi. Farlo. Mai. Più», disse ad Attila, peraltro, la delizia del genere umano.
Il Moloch era malvagità pura, efferata opposizione alla vita, volontà di sterminio.
Il Golem, invece, aveva una strategia più raffinata ed eseguiva la sua persecuzione sulla minuzia della richiesta, non metteva in scena supplizi spettacolari: in altre parole, se il Moloch era il Grand guignol, il Golem invece era un dramma interiore. L’esordio, al terzo anno, era stato implacabile; senza dare alcuna informazione su di sé, il primo giorno di scuola aveva raccontato: “L’attrice sta recitando in una replica di Elettra, quando all’improvviso scoppia a ridere senza riuscire a controllarsi; viene portata via, e a casa entra in un assoluto mutismo. Ricoverata in ospedale, si viene a sapere che non è colpita da afasia: può parlare, ma non vuole. Ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia.»

Carlo Gustavo trovò il carburante delle sue psicopatologie. Per impressionarla, consegnò un agile saggetto di approfondimento di 85 pagine sulla trilogia del silenzio di Dio, che lei giudicò appena sufficiente e di cui sottolineò i limiti di bibliografia, l’assenza della critica avanguardista francese e di un’intervista all’autore e infine l’eccesso nell’uso dell’avverbio evidentemente.

Il sesto giorno della classe quinta, il Golem aprì il volume di Letteratura Italiana e alzando lo sguardo e fissando un punto vago sul muro giallastro disse: «Nacque il 29 giugno. Monaldo partecipò la gioia dell’arrivo del primogenito, dopo quarantott’ore di doglie della contessa Adelaide. Ligio al suo destino, fa il suo ingresso nel mondo preceduto dal dolore…».

Nell’estasi di quest’improvvisa epifania di pessimismo cosmico, incapace di trattenersi per l’entusiasmo, proruppe Carlo: «…Jacobus Taldegardus Franciscus Sales Xaverius Petrus Leopardi!», con la passione che altrove avrebbe meritato una qualche pop star; già entro la fine della giornata, Jacobus Taldegardus divenne il suo soprannome affettuoso.

Il Golem era puntiglio, insoddisfazione, esasperazione. Contestò a Doralice di aver scritto un tema con troppe ripetizioni lessicali perché nel testo ricorreva tre volte la parola amico. La traccia era sull’amicizia. Chiese a Federico in quali occasioni poteva ricorrere iubeo con ut (ne) e il congiuntivo e, quando lui non seppe rispondere, impose a lui di scrivere sul quaderno cento volte la frase POPULUS ROMANUS IUSSIT, UT SULLAE VOLUNTAS ESSET PRO LEGE, agli altri di fermarsi a cinquanta, recitando a memoria la formula che iubeo regge ut+congiuntivo quando si tratta di ordini o decreti del popolo, del senato o di magistrati. Nella lezione successiva, contò il numero di ricorrenze della frase sul quaderno di Federico e, totalizzandone solo 97, gli impose allora di riscrivere la frase altre 150 volte.
A scuola era prevista tormenta.
(Dal romanzo «Stupidi e contagiosi» ( Fandango Libri).

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